Iran-USA, scaduto il termine dei 60 giorni: Trump al Congresso, Teheran propone trattativa via Pakistan

da | 2 Mag 2026

Il presidente USA scrive a Mike Johnson e Chuck Grassley sostenendo di aver già ordinato un cessate il fuoco il 7 aprile, e definisce “incostituzionale” la legge che richiederebbe l’autorizzazione del Congresso. L’Iran consegna ai mediatori pakistani una nuova proposta. Sullo sfondo, due esecuzioni a Teheran e una corsa diplomatica che resta apertissima.

Il termine dei 60 giorni è scaduto giovedì 1° maggio. Era la finestra entro la quale, secondo la War Powers Act statunitense, il Presidente può impiegare le forze armate senza una specifica autorizzazione del Congresso. Donald Trump ha scelto di uscirne in modo unilaterale: ha scritto al presidente della Camera Mike Johnson e al presidente pro tempore del Senato Chuck Grassley sostenendo di aver ordinato il 7 aprile un cessate il fuoco di due settimane, da allora prorogato senza ulteriori scambi di fuoco. La legge che imporrebbe un voto del Congresso per proseguire le operazioni viene definita dal Presidente “completamente incostituzionale”.

Da Teheran, intanto, è arrivata una nuova proposta negoziale, consegnata ai mediatori pakistani. L’agenzia iraniana Irna ha confermato l’invio del documento. La risposta di Trump, rilasciata in un comizio nelle ore successive, è stata che il testo non lo soddisfa: il Presidente ha detto di voler “concludere il lavoro” prima di passare ad altro, in un’uscita che ha mescolato dichiarazioni sulla portaerei Abraham Lincoln a battute su Cuba davanti a un pubblico che rideva.

La scena interna iraniana

Mentre il fronte negoziale si muove, sul piano interno il regime accelera. Due cittadini iraniani — Yaghoub Karimpour e Nasser Bekrzadeh — sono stati impiccati con l’accusa di cooperazione con l’intelligence israeliana e spionaggio. La notizia, riportata dall’agenzia Mizan Online (legata alla magistratura iraniana), arriva in una fase in cui Teheran ha intensificato la repressione dei presunti collaboratori esteri. Per gli analisti che seguono il dossier, è il segnale di un esecutivo che, mentre apre formalmente al dialogo, stringe sul fronte interno per consolidare il consenso e neutralizzare le reti di intelligence avversarie.

Sul piano militare, il vice comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane Mohammad Jafar Assadi ha dichiarato che un nuovo conflitto Iran-USA “è possibile”. È una formulazione misurata — non un annuncio, ma un memento — coerente con la dottrina iraniana del doppio binario: aprire al negoziato senza chiudere mai del tutto la postura di confronto.

L’incognita europea

Per l’Europa, il dossier Iran-USA è da mesi una variabile di sistema più che una crisi a sé. La chiusura prolungata o intermittente delle rotte di traffico aereo Asia-Europa, la volatilità dei prezzi del cherosene e del petrolio, l’incertezza sulle catene di approvvigionamento energetico continuano a pesare sulle previsioni di crescita continentale. Il settore turistico mediterraneo, in particolare, paga l’effetto domino delle cancellazioni e dello spostamento dei flussi: secondo l’Osservatorio Fiavet Confcommercio, le perdite per il solo periodo di Pasqua e primavera 2026 sono già stimate in 222 milioni di euro per l’Italia.

Anche San Marino, su questo fronte, registra contraccolpi: il Comitato Turismo Organizzato ha denunciato un primo trimestre 2026 chiuso a -20% e un mercato estero delle agenzie crollato del 60%, chiedendo al Governo l’attivazione di un Fondo Salva Turismo. Sono effetti laterali di una crisi che parte da Teheran e Washington e che, per i Paesi europei, si misura in posti vacanti negli alberghi più che in dichiarazioni diplomatiche.

Cosa aspettarsi

I prossimi quindici giorni saranno decisivi su più piani. Il primo è l’eventuale risposta formale dell’amministrazione Trump alla proposta iraniana mediata dal Pakistan: una mediazione respinta in modo netto rilancerebbe il rischio militare; un’apertura, anche minima, riaprirebbe i corridoi diplomatici. Il secondo è la posizione del Congresso americano, che pur senza margini formali per imporre un voto potrebbe iniziare un percorso di pressione politica sul Presidente. Il terzo, infine, riguarda la traiettoria interna iraniana e le pressioni che la leadership di Teheran si trova a gestire da una società civile sempre più stanca delle dinamiche del confronto permanente.

Un mese fa il dossier sembrava avviato verso una de-escalation. Oggi resta aperto, in equilibrio precario tra negoziato e nuova escalation. È, in fondo, lo stato d’arte tipico delle crisi di Hormuz da due decenni a questa parte: mai del tutto risolte, mai del tutto deflagrate.

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