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Attualità

Violenza di genere a San Marino: il nodo è proteggere le vittime prima e soprattutto dopo la denuncia. Il Governo: «I casi vengono intercettati prima e meglio»

Trentatré procedimenti penali nei primi sei mesi del 2026, 29 dei quali ancora pendenti. Diciannove donne e 17 minori coinvolti in appena metà anno. Sono i numeri finiti al centro della seduta congiunta delle Commissioni II e IV, riunite oggi a San Marino per fare il punto sulla violenza di genere e contro i minori. Un fenomeno che emerge con maggiore chiarezza rispetto al passato, ma che continua ad avere una parte sommersa e pone una domanda molto concreta: che cosa succede alla vittima dopo che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto?

Il quadro illustrato dal Governo parte dai dati raccolti dalla Gendarmeria. I casi arrivati all’Autorità giudiziaria sono stati 48 nel 2022, 36 nel 2023, 39 nel 2024 e 49 nel 2025. Le segnalazioni trasmesse dalle forze dell’ordine ai servizi competenti sono state invece rispettivamente 70, 62, 97 e 73. Numeri che, secondo il segretario di Stato agli Esteri Luca Beccari, non possono essere letti come una normale statistica: non tutte le segnalazioni corrispondono a un reato e una parte delle violenze può ancora rimanere nascosta tra le mura di casa.

La crescita dei casi registrati, dunque, non significa necessariamente che la violenza sia aumentata nelle stesse proporzioni. Può indicare anche che oggi viene riconosciuta più facilmente. Non si parla più soltanto di aggressioni fisiche o sessuali, ma anche di violenza psicologica, economica e digitale, controllo del partner, persecuzioni e comportamenti che un tempo venivano liquidati come questioni private o familiari.

Nel tempo è stato messo a punto un buon sistema di attenzione e ascolto”, ha spiegato Beccari, ricordando il lavoro dell’Ufficio violenza di genere e contro i minori della Gendarmeria, la stanza protetta “Una stanza per te”, la formazione svolta insieme all’Arma dei Carabinieri e il coordinamento tra forze dell’ordine, ISS, Tribunale e Authority per le Pari Opportunità.

Il problema, però, comincia spesso proprio dopo la denuncia. “Esiste una fase successiva nella quale bisogna gestire la situazione della vittima, dei suoi affetti e degli eventuali figli, soprattutto quando sono coinvolti minori”, ha sottolineato il segretario. Da qui la proposta di creare strutture protette dedicate, senza dover ricorrere a sistemazioni nate per altre emergenze.

I dati giudiziari più recenti hanno acceso il confronto. Nel 2025 risultano 47 procedimenti penali, mentre nei primi sei mesi del 2026 sono già 33. Tra questi ultimi, 29 erano ancora pendenti al 30 giugno, tre risultavano archiviati e uno era in attesa dell’esito di un esperimento probatorio. Nel periodo complessivamente preso in esame risultano 205 vittime: 147 donne e 50 minori. Donne e bambini rappresentano insieme oltre il 96% del totale.

Particolarmente delicato è proprio il dato relativo ai minori. Nel 2025 ne risultavano coinvolti 15, mentre nel primo semestre del 2026 sono già 17. Le segnalazioni più recenti alla Tutela minori riguardano, tra gli altri, sette casi di violenza fisica, quattro di violenza psicologica e tre di violenza assistita, cioè bambini o ragazzi costretti ad assistere alle violenze commesse contro un familiare.

Matteo Zeppa di Rete ha parlato di un quadro “grave”, richiamando i 90 procedimenti ancora pendenti nel periodo esaminato e le 19 archiviazioni dovute a remissione o mancanza della querela. “È importante sapere perché i procedimenti vengano archiviati e distinguere i casi di remissione da quelli di mancanza della querela”, ha affermato. Il timore è che, dietro il ritiro di una denuncia, possa nascondersi la paura di non essere protetti abbastanza.

È lo stesso punto sollevato da Gaetano Troina di D-ML. “Una delle cose che maggiormente frenano chi decide di sporgere denuncia, presentare una segnalazione o chiedere aiuto è proprio la paura di non essere adeguatamente tutelato dopo”, ha detto. Secondo Troina, in determinati casi serve un’assistenza reale, disponibile anche ventiquattr’ore su ventiquattro: prevenire è fondamentale, ma senza una protezione completa la vittima può sentirsi ancora esposta all’autore delle violenze.

Giulia Muratori di Libera ha posto l’attenzione sulla necessità di arrivare prima dell’emergenza. I dati mostrano infatti che molte vittime entrano nella rete attraverso le forze dell’ordine o il Pronto soccorso, quando un episodio grave si è già verificato. Per questo, secondo Muratori, devono essere rafforzati la capacità della scuola di cogliere i primi segnali e il Punto d’ascolto del Centro Salute Donna, dove una persona può chiedere informazioni e sostegno anche senza essere ancora pronta a denunciare.

Il segretario di Stato Massimo Andrea Ugolini ha spiegato che la rete antiviolenza è oggi in grado di intercettare il fenomeno “prima, meglio e attraverso un maggior numero di attori”. Il Governo sta inoltre lavorando a un software unico per collegare i dati dei diversi servizi, ricostruire il percorso seguito da ogni vittima ed evitare doppioni o informazioni incomplete.

In arrivo anche il progetto di legge contro violenze e molestie nei luoghi di lavoro, per il quale sarà chiesta la procedura d’urgenza. Il testo prevede la possibilità di dimettersi per giusta causa e un congedo retribuito fino a cento giorni, utilizzabile nell’arco di tre anni, per lavoratori dipendenti e autonomi inseriti in un percorso di protezione certificato dall’ISS.

Dall’opposizione sono arrivate però critiche sul metodo e sulla mancanza di risposte concrete alle richieste già avanzate dall’Authority per le Pari Opportunità. Repubblica Futura ha chiesto aggiornamenti sul Codice unico delle pari opportunità, sul consenso esplicito, sulle misure cautelari, sul Centro di prima emergenza, sulla reperibilità h24 degli operatori e sull’obbligo di segnalare molestie e abusi nel mondo sportivo.

La discussione ha fatto emergere un punto condiviso: far venire alla luce la violenza non basta. Servono luoghi sicuri, operatori formati, tempi giudiziari più rapidi e un sostegno psicologico, economico e familiare capace di accompagnare le vittime durante tutto il percorso. Perché denunciare rappresenta soltanto il primo passo. È quello che accade dopo, hanno ricordato diversi commissari, a decidere se una donna o un minore potranno sentirsi davvero al sicuro.