La scelta di portare a SportInFiera soltanto le classi prime non mi ha convinto, e continuo a pensare che sia stata un’occasione persa. Ma tra il non essere d’accordo con una decisione e il deridere chi l’ha presa c’è una differenza enorme, ed è lì che questa vicenda ha deragliato. Si può criticare la Scuola Media senza trasformare i suoi docenti in una caricatura.
Parto da quello che penso, perché è giusto dirlo. Seconde e terze medie sono gli anni in cui molti ragazzi lo sport lo mollano, e una giornata in mezzo alle federazioni può valere più di tante raccomandazioni. Per questo avrei preferito vederci tutti gli studenti, non un anno su tre.
Lo dico da direttore e me ne prendo la responsabilità.
Detto questo, la decisione non è piovuta dal cielo.
L’ha presa il Collegio dei Docenti, cioè l’organo che ne ha la competenza, e l’ha comunicata a giugno: prima al Consiglio di Istituto, poi al Cons.
È una scelta discutibile, non una scelta abusiva. E chi l’ha presa risponde di quei ragazzi ogni mattina, davanti alle famiglie.
Per questo l’intervento di Pasquale Valentini merita di essere letto senza sarcasmo.
Un uomo che la scuola l’ha attraversata tutta, da studente, insegnante, preside e Segretario di Stato, chiede una cosa semplice: attenzione e rispetto al posto della denigrazione.
Io non ci ho letto la pretesa di una scuola intoccabile. Ci ho letto la richiesta di non sbeffeggiarla.
A chi in questi giorni ha alzato i toni va riconosciuto ciò che è vero.
L’autonomia non è un’immunità: chi decide in autonomia accetta di essere giudicato, e la scuola non fa eccezione. È vero anche che il diritto di critica non si tocca, e questo giornale lo esercita ogni giorno. Ma il diritto di critica protegge gli argomenti, non i nomignoli.
Quando una tesi è solida non ha bisogno dello scherno; quando ne ha bisogno, di solito è perché da sola non basta.
Valentini parla anche di minacce.
Non so dire quali e quante ne siano arrivate.
So che se ci sono state vanno condannate senza distinguo, e che se non ci sono state resta comunque il tono: quello dello scherno, che in questa storia ha preso troppo spazio.
C’è poi un dettaglio che riguarda proprio i ragazzi di cui tutti dicono di preoccuparsi. Ci guardano, e i social li leggono meglio di noi.
Se la lezione che portano a casa è che chi non la pensa come te va ridicolizzato, abbiamo perso tutti, qualunque fosse la classe ammessa in fiera.
La strada utile è un’altra, ed è meno rumorosa.
A giugno è mancato il dialogo tra scuola e sport: si può recuperare adesso, sedendosi a un tavolo con il calendario del prossimo anno davanti.
Io resto della mia idea, i docenti restino della loro.
Ma discutiamone da adulti: si può avere ragione nel merito e torto nel modo, e il modo, a scuola, è già metà della lezione.
