Thomas More, eletto dalla Chiesa patrono dei politici, nel XVI secolo scrisse, con una celebre metafora, che in Inghilterra le pecore divoravano gli uomini.
Si riferiva alle profonde trasformazioni che stavano subendo le campagne inglesi: i grandi appezzamenti liberi, detti commons, che garantivano ai contadini poveri la possibilità di coltivare autonomamente, furono progressivamente recintati dai latifondisti per installarvi enormi prati ove far pascolare le pecore da lana.
I contadini, privati dei mezzi di sostentamento, furono così progressivamente espulsi dalle campagne, e si riversarono impoveriti nelle città, formando grandi slums nelle periferie.
Da un paio d’anni, a San Marino stiamo assistendo ad un’altra forma di espulsione, che sta assumendo dimensioni sempre più estese: l’espulsione dei cittadini senza proprietà immobiliari.
Dati alla mano, fra il 2015 e il 2025 il prezzo medio degli affitti è cresciuto (almeno) del 36%, la retribuzione media territoriale solo del 20%.
Nello stesso periodo i prezzi sono cresciuti più della retribuzione territoriale media, che in dieci anni ha perso circa il 5% di potere d’acquisto: su uno stipendio netto di 2000€/mese, si tratta di 100€/mese in meno di beni e servizi acquistabili.
La situazione diventa drammatica per chi non ha la fortuna di avere un appartamento di proprietà: ancor più dell’inflazione, è infatti l’affitto a erodere il salario. Il primo, infatti, è cresciuto del 15% in più rispetto al secondo.
I dati disponibili, poi, non rappresentano del tutto la situazione: esplorando su immobiliare.it, a Cailungo si può affittare un monolocale di 45 m2 (semiarredato) con “soli” 800 €/mese, o anche – per chi avesse la “mattana” di metter su famiglia – un quadrilocale di 110 m2 a Dogana per la modica cifra di 1.500 €/mese. Non servono calcoli raffinati per comprendere che cifre simili sono insostenibili non solo per chi è in difficoltà economica, ma anche per chi riceve uno stipendio nella media.
La conseguenza, dunque, è un impoverimento generale di chi vive del proprio salario. Si è arrivati al punto in cui, in effetti, molti sammarinesi prendono casa nei comuni circostanti semplicemente perché a San Marino non possono più permettersi di vivere: eppure ci sono nati e ci lavorano!
Mentre i sammarinesi, specie quelli più giovani, sono esiliati dal loro Paese, si accolgono elusori fiscali stranieri, eufemisticamente ribattezzati “residenti atipici” o “elettivi”: campioni dello sport, ereditieri di lusso e ricchi pensionati che, insofferenti al vincolo solidaristico imposto dalla fiscalità progressiva dei loro Paesi, trovano nella nostra Repubblica un comodo asilo fiscale.
Tutto perfettamente legale, s’intende.
Come emerge dai (pochi) dati disponibili, gli introiti fiscali garantiti all’erario sammarinese da questi elusori sono assolutamente marginali: lo Stato potrebbe farne a meno senza notare diminuzioni significative nel gettito fiscale.
Chi ci guadagna, dunque?
In primo luogo, gli elusori medesimi, che pagano aliquote inferiori a quelle degli operai autoctoni, ma su redditi molto più alti; in secondo luogo, ci guadagnano i grandi proprietari immobiliari: gli stessi appartamenti, che prima venivano affittati a cittadini comuni, vengono ora dati in locazione agli elusori per cifre due o tre volte superiori; in terzo luogo, ci guadagnano le banche e le società immobiliari, che vedono il valore dei propri patrimoni crescere senza muovere un dito.
Ai giovani sammarinesi di “normale” disponibilità economica – sprovvisti di immobile di famiglia – restano due possibilità: rimanere coi genitori in attesa che muoiano i nonni per ereditarne l’abitazione o cercare un tetto altrove.
Mi torna alla mente la dichiarazione che rilasciò qualche anno il miliardario Warren Buffett: “esiste la lotta di classe, certo, ma è la mia classe, quella dei ricchi, a farla: e la stiamo vincendo”.
A San Marino non sembra andare molto diversamente; i grandi proprietari immobiliari sammarinesi, in una santa alleanza con gli elusori italiani, la stanno conducendo con cinismo e determinazione; e lo fanno con l’appoggio dei partiti di governo: la DC, principale garante dei loro interessi, e le sinistre di governo, le quali sventolano con foga la bandiera rossa nei giorni comandati, ma in tutti gli altri difendono la rendita a scapito del salario, serene e contente del posto concesso loro alla tavola governativa.
I pensatori della maggioranza si trincerano dietro ad una concezione ideologica della proprietà privata, sconnessa da qualunque vincolo sociale: se qualcuno può speculare è giusto che lo faccia, indipendentemente dalle conseguenze sulla società. “La proprietà privata è sacra e lo Stato deve lasciar libera la speculazione: così vuole il Dio Mercato e guai a chi lo bestemmia!”, dicono, mentre la legge che prevede la tassazione degli immobili lasciati sfitti da banche e società immobiliari può essere ignorata e disapplicata nonostante sia in vigore: lo stato di diritto vale solo nella misura in cui è funzionale agli interessi dei ricchi, secondo questi signori (e signore).
I cittadini, nel frattempo, sono aizzati da certi media (finanziati anche dal governo attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari) contro un paio di rifugiati palestinesi e contro lo spauracchio europeo: per i governanti è imperativo evitare che i cittadini impoveriti dal carovita, nonché schiacciati e scacciati da affitti vertiginosi, dirigano la loro giusta rabbia verso chi davvero sta calpestando uno dei loro diritti più elementari, quello di vivere nel Paese dove sono nati e dove lavorano.
Nelle prossime puntate, effettuerò analisi più dettagliate sui dati e sulle conseguenze socioeconomiche ed enuncerò anche alcune proposte per mutare una situazione ormai intollerabile sotto il profilo economico, politico, sociale e morale.

