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Attualità

San Marino, stipendi e politica: via libera all’aumento, ma in Aula esplode lo scontro sulla PA

Più soldi in busta paga, ma il vero scontro si sposta sul futuro della Pubblica Amministrazione. È uno dei passaggi centrali della prima giornata della nuova sessione del Consiglio Grande e Generale, aperta lunedì 7 settembre e segnata anche dal ricordo di Matteo Fiorini, già consigliere, due volte Capitano Reggente e Segretario di Stato.

Il provvedimento più concreto arriva con la ratifica degli accordi tra Governo e organizzazioni sindacali per il settore pubblico allargato e i salariati: aumento del 3% per il 2025 e acconto del 2% per il 2026. Il Segretario di Stato Federico Pedini Amati chiarisce subito che non si tratta ancora del rinnovo contrattuale definitivo, ma di un intervento ponte per recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perso con l’inflazione. La trattativa dovrà quindi proseguire, mettendo sul tavolo anche mobilità, formazione, carriere e capacità della PA di attirare figure qualificate.

Ed è proprio qui che il dibattito si accende. Nicola Renzi (RF) mette sul tavolo una domanda molto diretta: “Una persona, al netto che lavori nel pubblico o nel privato, può vivere o può fare un progetto di vita con 1.050 euro al mese?”. Renzi chiede una Pubblica Amministrazione con meno personale, ma più qualificato e meglio pagato. Matteo Zeppa (Rete) insiste invece sull’inflazione e arriva a proporre di valutare, come ultima soluzione, persino il ritorno a un meccanismo simile alla scala mobile, indicizzando i salari all’aumento dei prezzi. Matteo Rossi (PSD) punta soprattutto sui giovani: senza stipendi adeguati, sostiene, diventa difficile attirare e trattenere professionalità di alto livello.

Il tema viene raccolto anche da Antonella Mularoni (RF), che lega retribuzioni, costo della vita e denatalità e chiede una PA maggiormente fondata su merito, competenze e motivazione. Fabio Righi (D-ML) sposta invece l’attenzione sulla sostenibilità del sistema: non basta aumentare gli stipendi, sostiene, bisogna capire se l’attuale macchina pubblica sia davvero adeguata alle esigenze future di San Marino.

Dal Governo arriva la replica del Segretario Luca Beccari: l’accordo non è la riforma della PA, ma un passaggio verso il rinnovo vero e proprio. Uno dei problemi, secondo Beccari, resta la rigidità del sistema, tanto che occorrerebbe ragionare anche su trattamenti economici differenziati in base a professioni, responsabilità e rischi. Il punto è semplice: se il pubblico offre meno del privato, sia sullo stipendio sia sulle prospettive di carriera, diventa inevitabile perdere alcune delle professionalità migliori.

Manuel Ciavatta (PDCS) difende invece la sostenibilità dell’operazione. Facendo l’esempio di uno stipendio da 2mila euro, quantifica l’effetto del 3% più il 2% in circa 100 euro mensili e sottolinea che l’intervento è possibile perché i conti pubblici lo consentono. “Se questo Governo è in grado di spendere circa 5-6 milioni di euro per fare questo intervento, non è perché ha fatto più debito, visto che il debito sta calando, ma perché è riuscito a rimettere in ordine i conti”, afferma. Alla fine del confronto entrambi gli accordi vengono approvati.

Rappresentatività sindacale, nuovo fronte politico

La giornata non si chiude però con gli stipendi. In seconda lettura arriva anche il progetto di legge che modifica la normativa del 2016 sulla libertà e attività sindacale, contrattazione collettiva e diritto di sciopero. La modifica riduce alcuni parametri numerici necessari per la rappresentatività delle associazioni datoriali e interviene anche sul Comitato Garante.

Sul merito le distanze sono limitate, mentre lo scontro esplode sul metodo. Gaetano Troina (D-ML) parla di atteggiamento “autoritario” per il mancato coinvolgimento preventivo delle opposizioni. Rete sceglie l’astensione chiedendo maggiore chiarezza sulle ragioni dell’abbassamento delle soglie. Dal fronte della maggioranza viene invece sottolineato come la modifica nasca dalle richieste delle stesse parti sociali e punti ad adeguare, dopo dieci anni, i parametri della legge ai numeri reali della rappresentanza