I sei mesi alla Reggenza conteranno ai fini della pensione anche per autonomi e liberi professionisti. Il Consiglio Grande e Generale approva la misura con 30 voti favorevoli, nessun contrario e nessun astenuto.
La copertura viene riconosciuta anche per i mandati svolti dal 2005 fino alla ratifica. Ma il dibattito porta in primo piano un’altra disparità: quella tra i consiglieri che mantengono lo stipendio durante le sedute e chi, per partecipare, deve rinunciare a ore di lavoro e guadagni.
Il segretario di Stato Stefano Canti spiega il punto di partenza: “Noi con questa norma siamo voluti intervenire per parificare tutti, lavoratore autonomo o libero professionista e lavoratore dipendente, nella carica di Capitano Reggente.
Con le disposizioni introdotte si garantisce pertanto la continuità della posizione previdenziale nei casi in cui l’interruzione dell’attività lavorativa autonoma e libero-professionale derivi dall’adempimento di doveri istituzionali, come il mandato regenziale.”
In pratica, il periodo trascorso alla guida dello Stato viene coperto sul piano contributivo anche per chi interrompe la propria attività. “Quindi lo Stato verserà i contributi figurativi e loro potranno conteggiare ai fini previdenziali quei sei mesi in cui hanno ricoperto la carica di Capitano Reggente.”
Sulla correzione c’è consenso. Restano però condizioni diverse per chi partecipa ai lavori del Consiglio: il dipendente pubblico conserva lo stipendio, quello privato usufruisce di permessi non retribuiti, l’autonomo lascia la propria attività.
Maria Luisa Berti (AR) chiede di intervenire: “Abbiamo ancora una situazione in cui non tutti coloro che fanno politica hanno la stessa parità di trattamento.”
Michela Pelliccioni, indipendente, sottolinea che queste differenze rendono più difficile portare in aula persone e competenze provenienti da tutti gli ambiti lavorativi.
Matteo Zeppa (Rete) pone la questione sul piano della rappresentanza: “Quindi si decida: o permessi non retribuiti o permessi retribuiti o gettone uguale per tutti, se vogliamo parlare della parte retributiva. Non si possono fare figli e figliastri, perché ci può essere tutto dentro il Consiglio, ma il problema è che questo va a ledere la rappresentatività dei 60 consiglieri.”
Maria Katia Savoretti (RF) richiama anche le difficoltà di chi si assenta senza avere qualcuno che lo sostituisca al lavoro. La sua richiesta è netta: “I permessi o sono retribuiti per tutti oppure non sono retribuiti per tutti e il gettone deve essere uguale per tutti. Non ci devono essere assolutamente queste discriminazioni.”
A dividere l’aula è soprattutto il mancato confronto prima dell’intervento del governo. Nicola Renzi (RF), pur riconoscendo gli aspetti condivisibili della misura, contesta il percorso: “Quel che succede è che arrivano questi decreti sui quali non c’è stato un minimo confronto, perché è stata un’iniziativa motu proprio della maggioranza, se non del Governo.”
Emanuele Santi (Rete) ricorda che lo status del consigliere è già sul tavolo della commissione per le riforme istituzionali. “Avremmo gradito, visto che questa commissione si è riunita non più tardi di qualche settimana fa, che almeno ci fosse detto che c’era la volontà da parte del Governo di intervenire su questa materia e in quali direzioni. Questo non è stato fatto.”
La richiesta di affrontare il problema nel suo insieme arriva anche dalla maggioranza. Guerrino Zanotti (Libera) offre la propria disponibilità: “Do la mia piena disponibilità a ragionare su questo tema, che non può essere certamente risolto con un decreto delegato, così come altri argomenti non possono essere risolti con un decreto delegato.”
Fabio Righi (D-ML) invita invece a guardare al lavoro che precede le sedute: “il problema è che c’è tutto un lavoro di preparazione per poi arrivare al dibattito preparati, puntuali e seriamente, con alla base degli approfondimenti, che va oltre le ore spese all’interno di quest’aula o delle commissioni.”
Per Righi occorre investire nelle istituzioni e mettere chi viene eletto nelle condizioni di svolgere il mandato.
Si discute anche della possibilità di restare in servizio fino a 70 anni per dirigenti pubblici e direttori di dipartimento. Marino Albani (PDCS) sostiene questa scelta e la copertura contributiva per i Reggenti.
Renzi chiede regole generali, anziché deroghe per singole categorie. Antonella Mularoni (RF) richiama le prospettive di chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro: “Non dobbiamo dimenticarci dei nostri giovani e del fatto che anche loro hanno diritto di entrare nel mondo del lavoro e nella pubblica amministrazione, anche con qualificazioni oggi più elevate rispetto a quelle che c’erano una volta.”
Canti chiarisce che l’estensione da 69 a 70 anni riguarda una platea precisa: “Non è ammessa per i singoli lavoratori dipendenti pubblici, solo per i dirigenti pubblici e i direttori di dipartimento.”
Sui permessi e sul trattamento dei consiglieri, il segretario si dice disponibile a discutere: “Sono aperto anche a confronti per cercare di trovare una soluzione definitiva che riguardi la parificazione del trattamento del consigliere lavoratore dipendente, libero professionista o lavoratore autonomo, in modo da trovare una soluzione che possa incontrare la disponibilità dell’intera aula.”
