Venticinque ore sono troppe o sono poche? La “tagliola” serve davvero a evitare che un provvedimento rimanga impantanato oppure rischia di ridurre uno degli strumenti a disposizione delle opposizioni? E ancora: ha senso che il Consiglio torni a discutere e votare articolo per articolo ciò che è già stato definito in Commissione?
Sono le domande emerse dal lungo confronto sulle modifiche al Regolamento del Consiglio grande e generale. Una discussione che, rispetto alla prima lettura, è cambiata parecchio. La maggioranza ha rinunciato alla modifica dei tempi degli interventi, sono stati eliminati altri punti contestati e il confronto di ieri tra maggioranza e opposizione ha prodotto ulteriori correzioni. La distanza principale rimane sulla cosiddetta “tagliola”, mentre sulla sede redigente si ragiona anche in termini di sperimentazione.
Ed è forse proprio questo il primo dato politico da cui partire. Quando si cambiano le regole del Parlamento, quanto conta il metodo? Le norme che disciplinano il confronto tra maggioranza e opposizione non valgono soltanto per questa legislatura. Chi oggi governa domani potrebbe trovarsi all’opposizione e viceversa. È anche per questo che il tentativo di allargare il consenso sulle “regole del gioco” assume un significato che va oltre il singolo provvedimento.
Le posizioni della maggioranza
Il PDCS ha sostenuto la necessità di rendere più efficiente il Consiglio mantenendo però aperto il confronto con le opposizioni. Manuel Ciavatta ha indicato come punti centrali la sede redigente e il meccanismo per porre un limite alla discussione dell’articolato, sottolineando che sono state abbandonate le modifiche ai tempi degli interventi. Lorenzo Bugli ha insistito soprattutto sul metodo, sostenendo che le regole dovrebbero essere il più possibile condivise e che esiste anche una responsabilità dei singoli consiglieri nell’evitare interventi ripetitivi. Oscar Mina e Giovanni Francesco Ugolini hanno posto l’accento sull’esigenza di trovare un equilibrio tra diritto al confronto ed efficienza dell’Aula.
Libera, con Michele Muratori, ha sostenuto la necessità di snellire un iter nel quale spesso lo stesso confronto viene ripetuto in più fasi. Da qui il sostegno alla sperimentazione della sede redigente, considerando che le Commissioni sono comunque composte da consiglieri.
Il PSD ha evidenziato soprattutto il cambiamento intervenuto rispetto alla proposta iniziale. Matteo Rossi ha parlato di un punto di compromesso raggiunto attraverso il confronto, richiamando il mantenimento degli attuali tempi del dibattito generale e le garanzie introdotte nella gestione degli emendamenti. Paolo Crescentini, che aveva espresso critiche in prima lettura, ha richiamato invece la necessità del buon senso e di regole quanto più possibile condivise.
Per Alleanza Riformista, Maria Luisa Berti ha indicato la riforma come un passaggio utile per rendere più efficiente il Consiglio, ricordando però che rimangono altri terreni sui quali intervenire, dalle Istanze d’Arengo al comma comunicazioni. Denise Bronzetti ha posto soprattutto l’accento sulla responsabilità dei consiglieri: nessun Regolamento, nella sua lettura, può essere sufficiente se manca un utilizzo responsabile degli strumenti parlamentari.
Il segretario di Stato Andrea Belluzzi ha invece richiamato il cambiamento del modo di fare politica e il rapporto tra comunicazione e produttività dell’attività istituzionale, precisando sul futuro recepimento dell’acquis communautaire che dovrà essere il Parlamento a stabilire strumenti, modalità e velocità.
Le posizioni delle opposizioni
Sul fronte delle opposizioni il giudizio sul nuovo testo non è stato uniforme, ma un elemento è ricorso in diversi interventi: il riconoscimento che la proposta è cambiata sensibilmente rispetto alla prima lettura, senza che questo abbia eliminato tutte le contrarietà.
Repubblica Futura ha riconosciuto i passi avanti, in particolare il mantenimento dei precedenti tempi di intervento e l’abbandono di alcune ipotesi iniziali, ma resta contraria alla “tagliola”. Nicola Renzi ha contestato l’idea che le difficoltà nel portare avanti i provvedimenti dipendano dai tempi del Consiglio. Antonella Mularoni ha insistito sulla necessità di condividere le regole tra maggioranza e opposizione, mentre Matteo Casali e Andrea Menicucci hanno posto una questione ulteriore: l’efficienza di un Parlamento non può essere misurata soltanto sulla quantità di norme approvate, ma deve essere valutata anche sulla qualità della produzione legislativa. Enrico Carattoni ha invece contestato il percorso scelto, ritenendo che la materia avrebbe dovuto essere affrontata prima nella Commissione per le Riforme Istituzionali.
Anche Domani-Motus Liberi ha riconosciuto le modifiche intervenute rispetto alla versione originaria. Gaetano Troina ha contestato che i rallentamenti possano essere attribuiti all’opposizione. Carlotta Andruccioli ha dato atto alla maggioranza delle correzioni apportate, mantenendo aperte le perplessità sulla “tagliola” e sottolineando che una maggiore efficienza passa anche da un confronto politico anticipato rispetto all’arrivo in Aula. Fabio Righi ha chiesto invece un meccanismo più graduale, nel quale la chiusura della discussione rappresenti l’ultima soluzione dopo tentativi di mediazione.
Rete, con Emanuele Santi, ha riconosciuto che il testo modificato rappresenta un passo avanti rispetto alla prima stesura, ma mantiene una contrarietà netta alla “tagliola”. Per il movimento, la possibilità di prolungare il confronto sugli emendamenti costituisce anche uno degli strumenti attraverso i quali l’opposizione può incidere sulle decisioni della maggioranza.
Anche l’indipendente Giovanna Cecchetti ha giudicato il testo più equilibrato rispetto all’inizio, condividendo però parte delle preoccupazioni espresse dalle minoranze. La sua sintesi è probabilmente una delle formule che meglio fotografano la questione: non scegliere tra efficienza e democrazia, ma provare a far convivere entrambe.
Il nodo vero: che cosa significa efficienza?
Al netto delle appartenenze, il dibattito ha fatto emergere una domanda che rimane sul tavolo: quando un Parlamento può dirsi realmente efficiente?
Quando approva più leggi in meno tempo? Quando evita che gli stessi argomenti vengano discussi più volte tra Commissione e Aula? Oppure quando riesce a produrre norme migliori attraverso un confronto sufficientemente approfondito?
La sede redigente prova a rispondere alla prima parte del problema: ciò che viene definito in Commissione non dovrebbe necessariamente essere riesaminato articolo per articolo dal Consiglio. La “tagliola” affronta invece il caso opposto, quello di una discussione che rischia di non avere una conclusione.
Ed è qui che le due letture inevitabilmente si incontrano. Quando una lunga discussione diventa ostruzionismo e quando, invece, rappresenta il normale esercizio delle prerogative di una minoranza? E chi stabilisce il punto nel quale il confronto ha esaurito la propria funzione?
Non sono domande teoriche. Lo saranno ancora meno quando San Marino dovrà affrontare il lavoro collegato all’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Il tema dell’acquis communautaire ha attraversato praticamente tutto il dibattito: maggioranza e opposizione concordano sulla necessità di organizzare il lavoro che arriverà, mentre divergono sulle modalità e sul percorso con cui farlo.
Un Parlamento di sessanta consiglieri dovrà essere in grado di gestire una quantità importante di norme senza trasformarsi in una catena di montaggio legislativa, ma allo stesso tempo senza rischiare di rimanere bloccato davanti a ogni provvedimento complesso.
Forse è proprio questo il punto che rende la riforma del Regolamento qualcosa di più di una discussione tecnica. Dietro termini come sede redigente, tagliola, emendamenti e tempi di intervento c’è una questione molto più grande: quale ruolo dovrà avere il Consiglio grande e generale nei prossimi anni?
Un luogo nel quale si ratificano decisioni già costruite altrove oppure il luogo nel quale quelle decisioni vengono ancora realmente formate? E, se deve essere quest’ultimo, come si può preservare il confronto evitando che diventi ripetizione o paralisi?
Il dibattito di ieri non ha ancora fornito una risposta definitiva. Ha però mostrato qualcosa: il confronto ha modificato concretamente il testo e avvicinato posizioni che alla prima lettura apparivano molto più distanti.
E allora la domanda conclusiva potrebbe essere persino più semplice delle norme che si stanno discutendo: per far funzionare meglio il Consiglio servono soprattutto nuove regole o un modo diverso di utilizzare quelle regole?
