La sorpresa delle primarie americane arriva dalla Florida, dove Angie Nixon, deputata statale di 42 anni, sindacalista e iscritta ai Democratic Socialists of America, ha conquistato la nomination democratica per il Senato battendo Alex Vindman, candidato molto più finanziato e vicino all’establishment del partito.
Una vittoria significativa in uno Stato che Donald Trump conquistò nel 2024 con 13 punti di vantaggio. Nixon ha impostato la campagna su un programma nettamente progressista, dal Medicare for All all’assistenza gratuita all’infanzia, passando per congedi retribuiti e tutela dei lavoratori. A novembre affronterà la repubblicana Ashley Moody, favorita in una Florida che non elegge un senatore democratico dal 2012.
Il risultato, tuttavia, non certifica uno sfondamento generalizzato della sinistra democratica. Nel 25° distretto Jared Moskowitz ha battuto nettamente il progressista Oliver Larkin, mentre Debbie Wasserman Schultz ha superato Elijah Manley e gli altri sfidanti nel nuovo 20° distretto.
Tra i repubblicani, invece, Byron Donalds ha conquistato la nomination per governatore, rafforzando Trump e infliggendo indirettamente un colpo al governatore uscente Ron DeSantis, che non lo aveva sostenuto. Alle elezioni di novembre Donalds se la vedrà con il democratico David Jolly, ex esponente repubblicano passato ai Democratici nel 2025.
Per Trump, però, non sono arrivate soltanto vittorie. Nel 7° distretto Cory Mills, nonostante l’endorsement presidenziale, è stato sconfitto dall’ex giornalista Ryan Elijah. Stessa sorte per Catalina Lauf nel 19° distretto, dove si è imposto Jim Schwartzel. Segnali che confermano la centralità di Trump nel GOP, ma anche come il suo sostegno non sia più una garanzia assoluta di successo alle primarie.
Resta ancora da completare il quadro negli altri Stati chiamati al voto. In Alaska è particolarmente attesa la sfida per il Senato tra il repubblicano Dan S. Sullivan e la democratica Mary Peltola, mentre risultati definitivi sono attesi anche da California e Wyoming.
A meno di tre mesi dalle elezioni di midterm, il voto della Florida fotografa così due partiti attraversati da equilibri ancora in movimento: i progressisti guadagnano spazio tra i Democratici senza riuscire a imporsi ovunque, mentre Trump mantiene saldamente la leadership repubblicana ma scopre i limiti del proprio endorsement.
