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Attualità

L’errore che la politica ripete a ogni alluvione, anche a San Marino: accorgersi del rischio solo quando è già diventato un danno

C’è un errore che la politica commette con regolarità quasi scientifica: accorgersi del rischio solo quando è già diventato un danno. Allora tutto corre: stanziamenti, sopralluoghi, conferenze stampa.

Poi l’acqua si ritira e il tema torna nel cassetto, fino alla volta successiva.

Per rompere questo schema propongo tre strumenti concreti: una mappa dei rischi aperta ai cittadini, uno stress test annuale della Repubblica discusso in Consiglio Grande e Generale e un Piano Nazionale dei Grandi Rischi che non resti sulla carta.

Quanto è esposta a frane e allagamenti la tua casa? E la strada che percorri ogni mattina, la scuola dei tuoi figli? È una domanda che dovremmo farci prima della prossima emergenza, non dopo.

Il convegno sulla cultura della prevenzione, promosso dalle Segreterie di Stato per il Territorio e l’Ambiente e per gli Affari Interni insieme alla Protezione Civile, ha avuto il merito di provare a rompere questo schema: istituzioni, tecnici, professionisti e università nella stessa sala, a parlare di ciò che non è ancora accaduto. Non è poco. Ma un convegno non è una politica: al massimo ne è la premessa.

Il tempo è la vera emergenza

Il cambiamento climatico non cambia solo il meteo. Cambia i rischi per il territorio, le infrastrutture, l’economia, la salute e i servizi. Le piogge del maggio 2023, che hanno messo in ginocchio la Romagna a pochi chilometri da noi, lo hanno dimostrato nel modo più diretto. Se cambiano i rischi, devono cambiare gli strumenti. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma essere d’accordo non costa nulla. Decidere sì.

Piccoli, quindi più veloci. Ma solo se lo vogliamo

Le dimensioni di San Marino, che di solito citiamo come un limite, qui possono diventare un vantaggio: in un Paese piccolo si fa prima a mettere Protezione Civile, università, professionisti e strutture tecniche a condividere dati, competenze e responsabilità. Si può. Non significa che stia accadendo.

Oggi le competenze ci sono, ma sparse tra uffici con tempi e linguaggi diversi. La Protezione Civile deve restare il perno del coordinamento, ma la prevenzione comincia molto prima dell’emergenza: nella pianificazione, nella geologia, nelle infrastrutture, nella gestione dei dati.

Da qui le tre proposte.

Primo: una mappa dei rischi accessibile ai cittadini.  Ogni famiglia ha il diritto di sapere quanto sono esposte la propria casa, la propria strada, la scuola dei propri figli. In questo campo la trasparenza non è un’opzione: è la prima forma di prevenzione.

Secondo: uno stress test della Repubblica. Alle banche chiediamo ogni anno di dimostrare che reggerebbero a uno shock. Allo Stato no. Il Governo dovrebbe presentare ogni anno al Consiglio una relazione pubblica sullo stato dei rischi nazionali: dove siamo vulnerabili, cosa è stato fatto, cosa manca e con quali risorse. Perché ciò che non si misura non si governa.

Terzo: un Piano Nazionale dei Grandi Rischi. Uno strumento operativo, non l’ennesimo documento da archiviare: vulnerabilità aggiornate, responsabilità chiare, protocolli condivisi, esercitazioni periodiche, investimenti decisi in base al rischio e non all’urgenza del momento.

La legge sulla pianificazione è il vero banco di prova

Il Governo ha annunciato di voler depositare entro la fine dell’anno un progetto di legge sulla pianificazione del territorio. Ogni scelta urbanistica è anche una scelta di prevenzione: dove costruiamo, come gestiamo le acque, quanto suolo consumiamo decide, almeno in parte, quanto saremo esposti domani.

Per questo chiederò che il testo contenga una vera clausola di prevenzione: nessuna trasformazione rilevante del territorio senza una valutazione del suo impatto sul rischio. Come nessuna legge passa senza copertura finanziaria, nessuna scelta sul territorio dovrebbe passare senza sapere quanto ci espone.

La conoscenza è sicurezza nazionale

Un Paese che non sa leggere i propri dati, interpretare fenomeni complessi e progettare infrastrutture resilienti è un Paese più esposto.

Per questo l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino deve stare al centro, non sullo sfondo. Un Osservatorio sammarinese su clima e rischi, in convenzione con la Protezione Civile e aperto agli atenei vicini, costerebbe poco e cambierebbe molto.

Il rischio non chiede il passaporto

L’Accordo di associazione con l’Unione Europea apre una cooperazione che comprende anche clima, ricerca, sanità pubblica e protezione civile.

Diversi Paesi non membri dell’Unione partecipano già al Meccanismo europeo di Protezione Civile: San Marino dovrebbe valutarlo seriamente, e presto.

E il GECT con la Provincia di Rimini potrebbe dimostrare di essere più di una sigla partendo da un piano comune sul rischio idrogeologico, con dati condivisi, monitoraggio integrato ed esercitazioni congiunte. Le frane, le piene e le emergenze sanitarie non si fermano al confine.

Il coraggio di fare ciò che non si vede

La prevenzione ha un difetto evidente: non si vede. Un’opera realizzata dopo un’alluvione si inaugura, si fotografa, si racconta. Un disastro evitato non fa notizia.

Non c’è nessun nastro da tagliare per la frana che non è caduta. Eppure ogni euro speso prima ne risparmia molti dopo: in danni, in ricostruzioni, a volte in vite.

E il beneficio vero lo misurerà chi verrà dopo di noi, trovando un territorio più sicuro e istituzioni più preparate.

Non sappiamo quale sarà il prossimo evento estremo, né quando arriverà. Ma l’incertezza non è un alibi per rimandare: è esattamente la ragione per decidere prima che sia l’emergenza a decidere per noi.

Sulla prevenzione non esiste un momento perfetto per cominciare.

Esiste soltanto il momento in cui si sceglie di non aspettare.