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Attualità

Italia, perché protestano: gasolio, affitti e raccolti in perdita

L’Italia è attraversata da quasi un mese da una mobilitazione che continua ad allargarsi e che tiene insieme pezzi di Paese molto distanti tra loro: gli studenti accampati in tenda davanti alle università, gli agricoltori del Sud, gli autotrasportatori che bloccano porti e svincoli.

Le cronache si sono concentrate quasi solo sugli episodi di tensione nei cortei, che restano una frazione minima di manifestazioni in larghissima parte pacifiche.

Molto meno si è raccontato il motivo per cui tutta questa gente è scesa in strada. Sono motivi precisi, e in gran parte sono numeri.

“Basta carovita, vogliamo dignità”

È lo striscione che torna più spesso nei cortei di queste settimane, e riassume quello che tiene insieme un agricoltore calabrese e uno studente di Milano: un conto che non torna più.

Negli ultimi trentacinque anni il salario reale medio in Italia è calato del 2%, mentre cresceva del 35% in Germania e in Francia, del 16% in Spagna e del 36% nella media dei Paesi Ocse.

Oggi il salario lordo annuo del lavoratore medio italiano è di 36.594 euro, contro i 45.964 della Francia e i 66.700 della Germania.

E mentre gli stipendi stavano fermi, i prezzi no: secondo l’Istat nel secondo trimestre del 2026 il potere d’acquisto delle famiglie è sceso dello 0,9%, con un’inflazione acquisita del 3,1% per l’anno, e la quota di risparmio è scivolata al 6,7%, il livello più basso dalla fine del 2012. Al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto complessivo degli italiani vale 297 miliardi oggi come nel 2010: sedici anni senza avanzare di un passo.

Su chi entra adesso nel mercato del lavoro tutto questo pesa in modo diverso. Non significa un tenore di vita più basso, significa non riuscire a costruirsene uno: stipendi fermi e affitti che corrono rendono impossibile programmare, uscire di casa, fare famiglia.

Non a caso l’altra parola che compare sui cartelli è “futuro precario”. E chi una via d’uscita la cerca spesso la trova altrove: nel 2024 sono emigrati circa 25mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni a fronte di poco più di 4mila rientri, un saldo negativo di quasi 21mila giovani qualificati in un solo anno.

Gli studenti non protestano solo per la scuola

Sarebbe un errore leggere la mobilitazione studentesca come una vertenza di categoria.

Quello che i ragazzi portano in piazza è il costo della vita per intero: gli affitti, che non riguardano solo chi studia fuori sede ma chiunque provi ad andare a vivere da solo, la spesa al supermercato, il pieno di benzina, le bollette.

Lo stesso rincaro del carburante che ha bloccato il Sud lo pagano le famiglie ogni volta che fanno benzina.

Sugli affitti la cifra più visibile è quella delle città universitarie: a Milano una stanza singola sul mercato privato costa circa 700 euro al mese e un posto letto in residenza può arrivare a 1.300, mentre a Roma gli studenti raccontano di spendere più di metà di uno stipendio mensile per dormire.

Dei posti letto promessi, oltre sessantamila, quelli consegnati sono trentatremila, e secondo l’Unione degli Universitari solo il 3,8% è pubblico. Sono prezzi che valgono per tutti, non solo per chi è iscritto a un ateneo: la differenza è che a vent’anni, senza uno stipendio alle spalle, rendono la vita autonoma semplicemente impossibile.

Circa un giovane su quattro lascia l’università per andare a lavorare.

Da qui le tende davanti a Montecitorio, alla Sapienza e dietro la Biblioteca degli Alberi a Milano, e richieste tutte quantificate: sette miliardi per l’università pubblica e il diritto allo studio, 1,7 per le borse, quattro per studentati interamente pubblici, due per abolire gradualmente le tasse, 1,5 per trasporti gratuiti e tetti ai prezzi delle mense.

L’altro slogan dei cortei studenteschi mette due voci di bilancio una accanto all’altra: “soldi alla scuola, non alla guerra”. Il riferimento è alla spesa militare italiana, che secondo l’osservatorio Milex nel 2026 supera i 33 miliardi, in aumento di oltre un miliardo rispetto all’anno precedente.

Il Sud fermo da settimane, e le famiglie in mezzo

Al Sud la protesta è partita prima e ha una data d’innesco: il 6 ottobre, quando è scaduto lo sconto fisso sull’accisa del gasolio. Da allora il prezzo è salito a una media di circa 2,30 euro al litro, e per chi guida un camion o un trattore non è un rincaro qualsiasi, è la voce di costo principale.

Per gli agricoltori si è sommato a un problema che c’era già, e che nei presidi calabresi viene riassunto in cinque parole: “produciamo a cinque euro, vendiamo a tre”. Il prezzo pagato alla produzione sta sotto i costi, e ogni raccolto lascia un buco invece di un margine.

A Falerna, tra gli agricoltori arrivati dal Lametino e da Nocera Terinese, un ragazzo di diciotto anni ha spiegato la situazione così: “se va avanti così siamo costretti a chiudere, non arriviamo a fine anno”.

Dal 21 ottobre agricoltori e autotrasportatori si muovono insieme, e la protesta, cominciata in Calabria e in Puglia, si è estesa a Sicilia, Basilicata e Campania. Cinquecento tir in convoglio a Brindisi, blocchi a Cerignola per una settimana, sit-in a oltranza al molo Santa Lucia di Palermo, presidi al porto di Gioia Tauro e sugli svincoli dell’A2.

In mezzo ci sono finite le famiglie.

Eni ha comunicato che 150 delle sue 300 stazioni Enilive in Puglia erano rimaste senza carburante, a Potenza diversi distributori sono andati a secco, a Bari il sindaco ha avvertito che nel giro di pochi giorni potevano risentirne la raccolta dei rifiuti e il trasporto pubblico.

A Cerignola, sessantamila abitanti, i dieci supermercati più grandi si sono ritrovati con gran parte degli scaffali vuoti.

Sono settimane, non giorni.

Cosa ha fatto il governo

Sul fronte dei carburanti sono stati stanziati oltre 600 milioni, poi saliti a circa un miliardo, e altri 175 milioni annunciati nei giorni scorsi.

Il 21 ottobre è arrivata anche la linea dura, con la sospensione dei blocchi in Sicilia e Calabria.

Quello che però non è stato toccato è la causa all’origine della protesta, cioè l’accisa scaduta il 6 ottobre: il Ministero dei Trasporti ha convocato le associazioni di categoria per il 27 ottobre e il ministro Adolfo Urso ha fatto sapere che eventuali ulteriori misure saranno decise dopo quell’incontro.

In Calabria i quindici milioni messi dalla Regione per agricoltura e trasporti sono stati giudicati insufficienti dagli stessi agricoltori.

Sul fronte degli studenti, alle richieste presentate con la campagna di queste settimane non è arrivata nessuna risposta nel merito. La prossima mobilitazione è già fissata per il 20 novembre.

Striscione Basta carovita vogliamo dignita in un corteo

La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio

Italia, prima i trattori e ora gli studenti: il Paese in piazza