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Attualità

In “Semplicemente donna”, Anastasia Merli di Gen SM riflette sui giudizi legati all’abbigliamento femminile

Un vestito scelto perché piace può diventare, agli occhi degli altri, un indizio sul carattere di chi lo indossa. È da questa osservazione che parte “Semplicemente donna”, la riflessione firmata da Anastasia Merli di Gen SM sul modo in cui l’aspetto delle donne viene osservato, interpretato e giudicato.

“Prima ancora che una donna abbia il tempo di raccontarsi, spesso qualcuno ha già cominciato a farlo al posto suo. E quasi sempre il racconto parte da ciò che si vede”, scrive Merli. Il giudizio arriva in fretta, mentre per conoscere una persona serve tempo: “L’intelligenza, l’ironia, l’ambizione richiedono tempo per emergere; l’apparenza, invece, si offre allo sguardo in un istante e rischia di condizionare tutto ciò che viene dopo”.

L’autrice prende come esempio la lunghezza di una gonna. Ciò che copre o lascia scoperto, osserva, viene spesso caricato di un significato che chi la indossa non ha necessariamente voluto attribuirgli. “Una gonna corta diventa provocazione. Una lunga, pudore”. Per Merli, il problema non si esaurisce nel giudizio: riguarda anche la convinzione di poter capire qualcosa di una donna attraverso una sua scelta estetica.

“Alle donne viene riconosciuta, almeno in apparenza, una libertà di scelta sempre più ampia. Possono vestirsi come vogliono, mostrarsi, coprirsi, cambiare stile e idea”, si legge nel testo. A questa libertà, però, Merli vede affiancarsi un’altra abitudine: “Sei libera di scegliere, ma qualcun altro si sentirà comunque libero di stabilire cosa quella scelta dica di te”.

Nel suo ragionamento richiama Simone de Beauvoir e la donna descritta come l’“Altro”, la cui identità è stata costruita anche attraverso lo sguardo altrui. Secondo Merli, quello sguardo oggi può presentarsi in forme meno esplicite, ma continua a produrre interpretazioni. Ne deriva la distanza “tra ciò che si è e ciò che gli altri credono di aver capito”, fino al rischio che “una parte venga scambiata per il tutto: il corpo per la persona, l’abito per il carattere, l’apparenza per un’intenzione”.

La riflessione rifiuta di assegnare un significato obbligato tanto agli abiti che scoprono quanto a quelli che coprono. “Ogni centimetro scoperto non deve necessariamente diventare emancipazione, così come ogni centimetro coperto non dovrebbe essere letto come segno di riservatezza”, scrive Merli. La libertà di scegliere, nella sua prospettiva, comprende anche quella di non dover spiegare ogni volta la scelta fatta.

È qui che l’autrice arriva a ciò che definisce “il diritto alla banalità”: poter indossare un vestito semplicemente perché piace, essere elegante un giorno e trascurata il successivo, desiderare attenzione oppure no. “Di cambiare idea senza dover rispondere dell’immagine che qualcun altro ha costruito al posto mio”, aggiunge.

Il testo si chiude tornando all’immagine da cui era partito. Per Merli, una donna dovrebbe poter scegliere per sé, senza domandarsi ogni volta come sarà giudicata per ciò che indossa. “E quando, finalmente, una gonna torna a essere soltanto una gonna”.

In “Semplicemente donna”, Anastasia Merli di Gen SM riflette sui giudizi legati all’abbigliamento femminile