Dei criminali hanno chiesto a una banca i dati riservati di 680 correntisti. E la banca glieli ha mandati. Nessun attacco: solo email.
Per mesi dei criminali informatici hanno scritto a Revolut, la banca digitale con milioni di clienti in Europa. Chiedevano documenti d’identità, passaporti, dati sui conti e operazioni in criptovalute. Revolut li ha consegnati: 680 persone, 8 delle quali italiane. Le richieste arrivavano da una posta certificata vera, quella della Prefettura di Reggio Calabria, finita nelle mani sbagliate.
Le email erano firmate Polizia postale, che però non scrive dalle caselle delle prefetture. Mancava il decreto dell’autorità giudiziaria. Lo scambio è andato avanti circa 5 mesi. La banca ha perfino spiegato ai truffatori come correggere l’intestazione della richiesta. E si è scusata per il ritardo. A luglio ha mandato tutto, con la password in un’email separata, allo stesso indirizzo.
Il gruppo che rivendica l’attacco ora chiede 3 milioni di dollari in criptovaluta, altrimenti vende i dati. Indagano la Procura di Reggio Calabria e la Polizia postale. Revolut parla di “sofisticata truffa di impersonificazione”. Ma nessuno ha forzato una porta: qualcuno l’ha aperta. Vale anche qui, dove ci conosciamo tutti.
Videonotizia di Insider.sm: il racconto in novanta secondi di un fatto già pubblicato e verificato dalla redazione. Testo redatto con l’assistenza dell’intelligenza artificiale sull’articolo originale; voce sintetica. Responsabilità editoriale della redazione di Insider.
