Ci sono anche due società con sede in Repubblica tra i soggetti finiti nell’inchiesta dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Rimini su una presunta frode fiscale nel commercio di alcolici e birra.
L’indagine, condotta con la collaborazione della Guardia di Finanza, ha portato a un sequestro preventivo superiore ai 7 milioni di euro, che ha colpito crediti fiscali, conti correnti, beni mobili e immobili riconducibili agli indagati.
Al centro degli accertamenti c’è un’impresa riminese che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe animato un sistema strutturato per evadere l’Iva e ottenere rimborsi delle accise non dovuti.
La rete comprenderebbe una holding, dodici società italiane, nove imprese con sede in Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca e Romania e le due realtà sammarinesi.
Il meccanismo contestato si fonderebbe su fatture per operazioni inesistenti e documenti di trasporto falsificati, utilizzati per simulare cessioni all’estero e generare crediti Iva non spettanti.
La merce, sempre secondo l’accusa, sarebbe stata acquistata a prezzi inferiori a quelli di mercato attraverso società cartiere prima di transitare tra diversi intermediari.
Il collegamento con il Titano riguarderebbe alcune vendite che l’azienda riminese avrebbe dichiarato come effettuate verso imprese sammarinesi e società di comodo europee.
Un ulteriore filone dell’indagine riguarda i rimborsi delle accise, che sarebbero stati richiesti sulla base di documentazione ritenuta falsa. Sotto osservazione sono finite anche le perdite costanti e i margini ridotti dell’impresa capofila, giudicati anomali.
Si tratta, va ribadito, di ipotesi accusatorie ancora tutte da verificare in sede giudiziaria.
Ma la vicenda pone una questione che a San Marino non si può liquidare come un fatto di cronaca altrui.
In una fase in cui la Repubblica chiede all’Europa di essere considerata un partner affidabile del mercato unico, ogni volta che il nome del Paese compare in schemi di frode transfrontaliera il costo reputazionale ricade su tutti, a cominciare dalle tante imprese che operano nella piena legalità.
La risposta non può che essere una cooperazione amministrativa e fiscale sempre più stretta con le autorità italiane ed europee, e controlli capaci di intercettare per tempo le società di comodo.
