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Attualità

E se la risposta fosse il social housing? (di Giulia Muratori)

Proseguono gli appuntamenti con il nuovo spazio di approfondimento a cura di Giulia Muratori, segretaria di Libera San Marino.

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E se la risposta fosse il social housing?

In diverse città europee migliaia di giovani stanno scendendo in piazza per chiedere qualcosa che dovrebbe essere normale: potersi permettere una casa, vivere del proprio lavoro, costruire un futuro.

Dietro quelle manifestazioni non c’è soltanto il disagio per gli affitti troppo alti.

C’è una generazione che teme di non poter raggiungere, pur lavorando e studiando, quella stabilità economica e quell’autonomia che per molti dei propri genitori erano traguardi più accessibili.

Anche nel nostro Paese le difficoltà sono sempre più evidenti. Giovani che rimangono a vivere con i genitori, coppie che rinviano i propri progetti, famiglie che faticano a trovare un’abitazione a prezzi sostenibili.

Non possiamo chiedere ai giovani di credere nel futuro del nostro Paese senza creare le condizioni perché possano costruirlo qui.

Negli ultimi anni abbiamo introdotto alcune risposte, a partire dalla legge sull’emergenza casa. Interventi necessari, che hanno rappresentato un primo passo.

Ma dobbiamo riconoscere che, per troppo tempo, abbiamo lasciato prevalentemente al mercato il compito di costruire e mettere a disposizione le abitazioni, intervenendo soprattutto con misure di sostegno economico.

Quando le case disponibili sono poche e i prezzi continuano a salire, i contributi rischiano di inseguire un mercato sempre meno accessibile.

È arrivato il momento di ragionare su un nuovo ruolo dello Stato nelle politiche abitative.

Il social housing, o abitare sociale, è un modello in cui pubblico, cooperative e altri soggetti collaborano per realizzare abitazioni a prezzi e canoni accessibili, anche per chi ha un reddito da lavoro ma non riesce a sostenere i costi del mercato.

Non è un’idea completamente nuova, nemmeno per San Marino.

La nostra Repubblica ha conosciuto una stagione in cui le cooperative di abitazione e le case popolari hanno rappresentato una risposta concreta ai bisogni delle famiglie.

Esperienze nate dalla convinzione che l’accesso alla casa non dovesse dipendere esclusivamente dalle disponibilità economiche individuali.

Le cooperative di abitazione permettevano a più famiglie di unirsi per costruire le proprie case, condividendo i costi e potendo beneficiare degli strumenti pubblici di sostegno.

Invece di acquistare individualmente un’abitazione sul mercato, i soci partecipavano insieme alla sua realizzazione, con la possibilità di accedere alla prima casa a condizioni più favorevoli.

Era un modo per trasformare un bisogno individuale in una risposta collettiva.

Ma c’è un aspetto della nostra storia che merita di essere riscoperto.

Già la legislazione sammarinese del 1980 prevedeva due possibilità: cooperative che assegnavano le abitazioni in proprietà ai soci e cooperative a proprietà indivisa, nelle quali gli alloggi rimanevano di proprietà della cooperativa ed erano destinati all’utilizzo dei soci.

Quest’ultima formula è particolarmente interessante anche oggi, perché permette di immaginare un patrimonio abitativo che non venga progressivamente venduto sul mercato, ma continui a offrire case accessibili nel tempo.

Un esempio interessante arriva dall’Austria, in particolare da Vienna, dove l’edilizia pubblica e quella cooperativa costituiscono da decenni una componente fondamentale delle politiche abitative.

Secondo i dati ufficiali del Comune di Vienna, la capitale austriaca conta circa 220.000 abitazioni comunali e 200.000 alloggi cooperativi o sovvenzionati.

Un sistema che non si rivolge soltanto alle persone in maggiore difficoltà, ma anche a lavoratori e famiglie con redditi medi.

Il principio è semplice: costruire un patrimonio di abitazioni accessibili che rimanga nel tempo a disposizione della collettività.

Le cooperative senza finalità speculative possono realizzare e gestire gli alloggi, con canoni collegati ai costi e risorse reinvestite nel sistema abitativo.

Naturalmente San Marino non è Vienna. Ma l’esperienza austriaca dimostra quanto possa essere importante un settore abitativo pubblico e cooperativo capace di offrire un’alternativa stabile al mercato privato.

Non si tratta quindi di importare un modello estraneo alla nostra realtà, ma di recuperare una tradizione sammarinese e svilupparla con strumenti nuovi.

E abbiamo già iniziato a creare alcune condizioni.

Con il Piano Strategico Territoriale abbiamo introdotto tre nuove funzioni nelle aree destinate ai servizi dello Stato: cohousing, studentati universitari e comunità abitative.

È una scelta che apre la possibilità di sperimentare nuove modalità di abitare, favorire la collaborazione tra pubblico e cooperative e rispondere a esigenze differenti.

Adesso occorre capire come trasformare queste possibilità normative in abitazioni reali.

Non dobbiamo necessariamente immaginare grandi complessi edilizi.

Possiamo partire da piccoli interventi, dal recupero di immobili inutilizzati, da costruzioni innovative e sostenibili, con attenzione alla qualità degli spazi e ai servizi.

Un primo obiettivo potrebbe essere quello di individuare già nel 2027 le aree più idonee e avviare uno studio di fattibilità per un progetto pilota di edilizia pubblica o cooperativa, definendo costi, finanziamenti e criteri di accesso.

Un passo concreto verso un programma pluriennale per l’abitare accessibile, capace di affiancare alle tradizionali case popolari anche nuove forme di edilizia cooperativa e abitazioni a canone sostenibile, rivolte alle famiglie in difficoltà ma anche ai giovani e ai lavoratori con redditi ordinari.

Non si tratta di una battaglia contro il mercato privato.

Si tratta di riconoscere che, quando il mercato da solo non riesce a garantire un bisogno essenziale, la politica ha la responsabilità di intervenire.

È una scelta coerente con le politiche che stiamo portando avanti per sostenere le famiglie, favorire la natalità e dare maggiori opportunità alle nuove generazioni.

Le proteste dei giovani europei ci ricordano che non possiamo considerare normale una società in cui lavorare non basta più per avere una casa.

La politica deve tornare ad occuparsi di questo tema, non limitandosi ad aiutare le persone a pagare case sempre più care ma tornando a costruire case che le persone possano permettersi.

E se la risposta fosse il social housing? (di Giulia Muratori)