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Attualità

Conti (RF): “Permettere all’intelligenza artificiale di plasmare la verità è una scelta politica”

Riportiamo integralmente l’intervento di Sara Conti (RF) in Consiglio Grande e Generale nel comma comunicazioni.

Sara Conti (RF): Ieri il collega Oscar Mina ha relazionato in merito alla partecipazione della delegazione sammarinese al meeting autunnale dell’OSCE. Nel corso della terza Commissione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE, che io seguo, il dibattito era incentrato sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulle istituzioni democratiche e sul rispetto dei diritti umani. Nel mio breve intervento in quella sede ho cercato di fare un’analisi partendo da un fatto: questo impatto non è più un’ipotesi del futuro, ma un fatto del presente, che richiede risposte immediate e soprattutto coordinate da parte della comunità internazionale nel suo insieme. Perché sono partita da questo punto? Le minacce ibride e le campagne di disinformazione automatizzata oggi corrono più veloci delle nostre legislazioni. Mi hanno molto colpito le ipotesi avanzate da molti analisti sulle dinamiche delle proteste e sulle tensioni che hanno attraversato con una violenza inaudita diverse piazze europee nelle giornate del 17 e del 18 ottobre scorsi. Questi analisti sospettano che dietro questa escalation di violenza si celino regie esterne e strategie di quella che viene ormai definita guerra ibrida, capaci di amplificare in tempo reale il dissenso e la polarizzazione tra le parti, al punto da degenerare nella violenza inaudita che purtroppo tutti abbiamo visto. Premetto che non mi addentrerò nell’analisi delle cause scatenanti delle proteste. Credo però, e questo voglio dirlo, che l’errore più grande che possiamo fare, e che purtroppo sto vedendo nei commenti che spesso si leggono su questo tema, sia fare affermazioni troppo affrettate e semplicistiche, che portano a schierarsi da una parte o dall’altra. La narrazione che contrappone giusto e sbagliato in maniera così netta, di fronte a situazioni estremamente complesse e multilivello, ha il solo effetto di creare divisioni che minano la coesione sociale. Dunque, senza entrare nelle ragioni più profonde alla base del dissenso politico, diverse nelle varie nazioni che sono state teatro di questi scontri nei giorni scorsi, mi soffermerò sulla fondatezza delle ipotesi che collegano l’amplificarsi della violenza e della polarizzazione a una guerra ibrida a regia esterna. Questa sarebbe la conferma empirica di quanto sia diventato sottile il confine tra lo spazio digitale e la sicurezza reale dei nostri Paesi. La tecnologia ha reso la manipolazione intrinsecamente transfrontaliera. Un contenuto ingannevole o polarizzante può essere generato tramite intelligenza artificiale in uno Stato, ospitato in un secondo e mirato a destabilizzare i cittadini di un terzo Paese, finendo per minare le basi stesse della democrazia. Di fronte a questo superamento dei confini fisici, la nostra debolezza più grande rimane la frammentazione normativa. Risposte nazionali isolate e asimmetriche non fanno altro che creare vuoti giuridici enormi, che attori ostili sanno perfettamente come sfruttare, e lo stiamo vedendo. Questo non significa che dobbiamo rallentare l’innovazione. Certamente l’innovazione e l’intelligenza artificiale hanno un risvolto estremamente positivo per l’intera umanità, però dobbiamo imparare a governare questa innovazione collettivamente. Come parlamentari, il nostro compito è fare in modo che si sviluppi dentro un quadro invalicabile di trasparenza, responsabilità e soprattutto rispetto dei diritti umani. Permettere all’intelligenza artificiale di plasmare il futuro è ormai inevitabile: lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo giorno dopo giorno. Permetterle però di plasmare la verità è una scelta politica. Oggi salvaguardare la sicurezza collettiva significa difendere l’integrità democratica del nostro spazio digitale. Proprio per questo ho ritenuto importante sollevare questo tema e sottoporlo all’aula, ritenendolo di rilevanza strategica. La responsabilità della comunità internazionale di porre il multilateralismo come base per una pace duratura si misurerà, nel futuro più prossimo, proprio su questo tema. Lo ha ribadito anche il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel discorso all’Assemblea generale, dove ha richiamato i governi alla cooperazione globale, ricordando che l’intelligenza artificiale, cito testualmente, “non si ferma alle frontiere nazionali” e che la tecnologia, senza rendicontazione e regole condivise, rappresenta un pericolo per la sicurezza internazionale. L’unica possibilità, dunque, è avere il coraggio e la forza di fare fronte comune su questi temi. Questo è l’appello che ho fatto in Assemblea parlamentare OSCE, partendo proprio da quei Paesi con i quali condividiamo basi valoriali solide. Mi riferisco ovviamente, in primis, ai Paesi dell’Unione europea, con i quali da lunedì scorso abbiamo un rapporto molto più profondo di apertura, condivisione e cooperazione. Proprio sul tema dell’Unione europea non posso non dire alcune parole, perché la Repubblica di San Marino, con quella firma, ha posto quella che ho sempre definito una pietra miliare per la nostra storia, oltre a un esempio tangibile di come i piccoli Stati possano e debbano trovare spazio nello scambio e nella cooperazione internazionale. Questo storico traguardo non è il frutto di un’intuizione estemporanea, ma il risultato di un lavoro straordinario, di uno sforzo corale e istituzionale che ha attraversato cinque governi e ha impegnato per anni i nostri segretari di Stato, i funzionari e il corpo diplomatico nella negoziazione di un trattato complesso e ambizioso, un unicum tra i trattati che l’Unione europea ha firmato con gli Stati partner. Si tratta dell’accordo che permetterà a San Marino, insieme ad Andorra, un avvicinamento strutturale all’Unione europea attraverso l’ingresso nel mercato unico. Questo, colleghi, lo dobbiamo ripetere infinite volte ai cittadini e far capire che questo avvicinamento non significa adesione, ma un rapporto più stretto e collaborativo con l’Unione europea e la possibilità di interfacciarsi con un mercato unico di cinquecento milioni di persone. Questo non è un punto di arrivo, lo hanno detto altri colleghi e lo voglio dire anch’io, perché è sicuramente il punto di partenza dal quale dobbiamo consapevolmente iniziare a lavorare affinché l’implementazione di tutte le normative europee previste dall’accordo sia il più celere possibile e affinché possiamo in futuro restare al passo con la normativa che verrà di volta in volta aggiornata. Questi sono gli oneri, poi ci sono gli onori: dobbiamo anche essere capaci di sfruttare tutte le opportunità e le potenzialità intrinseche a questa nuova e più stretta collaborazione con l’Unione europea. Resto convinta che l’integrazione economica e l’adozione di standard comuni non annullino le nostre specificità, ma al contrario fortifichino la nostra sovranità e la nostra sicurezza all’interno di un quadro di regole condivise. Se vogliamo proteggere le nostre democrazie dalle insidie globali, e l’uso malevolo dell’intelligenza artificiale ne è un esempio concreto, la strada è una sola: respingere l’isolamento, superare la frammentazione e fare fronte comune. Il nostro piccolo Stato, con questo passo, ha riaffermato la propria sovranità e si è fatto spazio anche tra i più grandi. Ma se da un lato abbiamo fatto questo passo eccezionale verso l’Unione europea, dall’altro proprio dalla Corte europea dei diritti dell’uomo è arrivata un’altra pesante condanna. Noi lo avevamo detto per tempo che questa vicenda era uno scempio democratico e oggi la CEDU ci dà clamorosamente ragione. Non siamo solo di fronte all’ennesima figuraccia internazionale, ma a un fatto politico ben più grave, come evidenziato chiaramente, tra l’altro, nella sentenza della Corte. Preoccupa profondamente l’atteggiamento del governo in merito a questi fatti e soprattutto la reazione arrogante che ha avuto nell’intera vicenda. Invece di tutelare le garanzie dello Stato di diritto, l’esecutivo ha preferito avallare la persecuzione del dissenso e il bavaglio alla libertà di espressione. La condanna di San Marino è il fallimento di un governo che usa le istituzioni come scudo personale. Aver costretto il Paese a pagare migliaia di euro per i propri abusi è una vergogna imperdonabile. Ora il governo non può più nascondersi. L’Europa ha certificato la sua deriva autoritaria e lo ha fatto per la seconda volta.