Se DOMANI – Motus Liberi porterà avanti la causa contro Michela Pelliccioni, a garantire la tutela legale alla consigliera sarà lo Stato. È l’orientamento riferito a San Marino RTV da fonti politiche della maggioranza.
L’Ufficio di Presidenza del Consiglio Grande e Generale è tornato sul caso e ha rinviato di nuovo la decisione in attesa degli sviluppi. Oggi in tribunale la causa è partita con la costituzione delle parti: il movimento chiede a Pelliccioni fino a 50.000 euro perché, uscita dal partito il 16 luglio 2025, non ha lasciato il seggio come impone l’articolo 24 del suo statuto. Stasera si riunisce l’assemblea di Motus, che dovrebbe tornare anche su questa vicenda: se ci sarà un ripensamento, la partita si chiude lì.
Non era mai successo che un partito sammarinese portasse in tribunale un proprio ex consigliere in nome del vincolo di mandato. Il motivo per cui la lite è arrivata sul tavolo delle Istituzioni sta tutto nell’oggetto della causa.
A Pelliccioni non si contesta una dichiarazione, una spesa o un comportamento privato: le si chiede di pagare per essere rimasta consigliera. Su questo poggia la lettera del 25 agosto con cui ha chiesto alla Reggenza e all’Ufficio di Presidenza la copertura delle spese legali.
La causa, sostiene, non colpisce lei come persona privata, ma il suo ruolo di eletta.
È un ruolo che le regole della Repubblica descrivono con precisione.
Il Regolamento consiliare prevede che chi dichiara la propria autonomia dal gruppo, senza costituirne o raggiungerne un altro, confluisca d’ufficio nel Gruppo Misto, dove Pelliccioni siede oggi. Nel 2022 un’istanza d’Arengo chiedeva di ridurre compensi e prerogative dei consiglieri che si staccano dalla propria lista.
Nel suo parere, l’Ufficio Segreteria Istituzionale del Consiglio ha messo per iscritto che l’ordinamento sammarinese non prevede il vincolo di mandato. I consiglieri rappresentano tutto il popolo e devono fare gli interessi del Paese, non del partito nelle cui liste si sono candidati. Un vincolo del genere, secondo il parere, potrebbe essere introdotto solo con una norma di rango costituzionale. Per chi cambia strada, quel documento riconosceva soltanto una responsabilità politica, da regolare nelle urne: «se gli elettori non sono soddisfatti di un eletto, non lo voteranno più».
Pubblico, del resto, è anche gran parte del denaro in discussione. Già nella diffida di dicembre il movimento le aveva chiesto di dimettersi e di restituire gettoni e somme percepite da indipendente. Nella causa, la voce più pesante vale circa 28.000 euro: è il finanziamento pubblico legato al seggio, che dall’uscita di Pelliccioni non va più al partito. Se oggi va a lei e non al movimento, non è per un accordo o per una scelta contabile. È la legge sul finanziamento dei partiti a stabilire che quella quota segua il consigliere che lascia il gruppo, togliendola al gruppo di partenza.
In altre parole, il danno che il movimento chiede di risarcire è ciò che la legge prevede quando un consigliere fa ciò che il Regolamento consente.
La tesi del movimento è che lo statuto sia un contratto tra aderenti, e c’è un fatto che la sostiene. Pelliccioni era presente all’assemblea del 31 maggio 2022 che introdusse la clausola e, secondo quanto risulta dagli atti, la votò. Su questo deciderà il giudice.
Poi c’è l’obiezione più immediata: perché dovrebbero essere i contribuenti a pagare la difesa in una lite nata dentro un partito? È la domanda che l’Ufficio di Presidenza dovrà sciogliere. La risposta dipende da cosa si considera in gioco.
Può essere un rapporto privato tra un movimento e una sua ex iscritta. Oppure può essere la libertà di mandato di un’eletta, su cui un giudice sammarinese si pronuncerà per la prima volta, con una decisione destinata a pesare su tutti e sessanta i seggi.
Stasera la prossima mossa è di Motus.
Se l’assemblea deciderà di fermarsi, non ci sarà niente da deliberare.
Se andrà avanti, all’Ufficio di Presidenza toccherà affrontare con una delibera la stessa questione che gli uffici del Consiglio avevano già chiarito quattro anni fa: a chi risponde un eletto che decide di restare al suo posto.
