Read in English
Attualità

Da San Marino al Canada. La lezione dei piccoli Stati d’Europa e la diplomazia del futuro (di Michele Muratori)

Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino. 

La diciannovesima Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dei Piccoli Stati Europei, che ho avuto il privilegio di vivere in prima persona assieme al collega Andrea Menicucci nel Principato di Andorra, ha offerto lo spunto ideale per riflettere sulla straordinaria eterogeneità che caratterizza queste realtà territoriali nel loro rapporto con l’Unione Europea.

Con una popolazione complessiva che in molti casi non supera le dimensioni di un quartiere di una grande metropoli, basti pensare ai circa 34.000 abitanti di San Marino, agli 80.000 di Andorra o ai quasi 39.000 residenti del Liechtenstein e dello stesso Principato di Monaco, questi Stati dimostrano come la grandezza istituzionale non si misuri in chilometri quadrati o in milioni di abitanti, ma nella densità della democrazia e nella vivacità del proprio tessuto economico. Come giustamente ha sottolineato in apertura il Sindic General, ovvero il Presidente del Parlamento andorrano Carles Ensenyat, ricordando che da ciascuna di queste esperienze tutti possiamo imparare qualcosa, le dichiarazioni e i confronti emersi durante i lavori dimostrano che ciascuno Stato interpreta la propria sovranità e il proprio futuro europeo secondo coordinate uniche e irripetibili, di fronte a Repubbliche, Principati e Granducati dove le differenze sono sostanziali e le esigenze istituzionali differenti.

Allargando lo sguardo ai partecipanti al summit, emerge un mosaico di posizioni in cui ogni Paese racconta una via specifica, sostenuta da ragioni storiche, da specifici indicatori demografici ed economici. Sulle relazioni di ciascuna nazione con l’Unione Europea e sulle prospettive di adesione o associazione, la Presidente del Parlamento islandese Thorunn Sveinbjarnardóttir ha evidenziato come i quasi 35 anni trascorsi all’interno dello Spazio Economico Europeo, un mercato integrato che abbraccia oltre 450 milioni di consumatori, abbiano portato crescita e prosperità a una nazione insulare di circa 400.000 abitanti. Un percorso su cui si è espresso il referendum del 29 agosto 2026, il quale ha registrato l’orientamento a non riaprire per il momento i negoziati di adesione piena. Un esito che riflette una valutazione ampiamente ponderata nel Paese, suggerendo come per una realtà insulare di queste dimensioni la condizione attuale possa risultare particolarmente funzionale e sufficiente. L’appartenenza allo Spazio Economico Europeo garantisce infatti tutti i vantaggi commerciali del mercato unico, permettendo al contempo di preservare una piena autonomia su settori strategici e fortemente identitari come la gestione delle risorse ittiche, un pilastro economico che avrebbe potuto risentire dei rigidi vincoli della politica comune della pesca.

Sulla stessa linea economica si muove il Liechtenstein, anch’esso parte dello Spazio Economico Europeo dal 1995 insieme a Norvegia e Islanda, il cui Presidente del Parlamento Manfred Kaufmann ha definito questa appartenenza senza la partecipazione diretta alle politiche generali dell’Unione un modello di successo capace di garantire standard di eccellenza e un PIL pro capite tra i più elevati al mondo a fronte di una popolazione di appena 39.000 abitanti.

Dall’altra parte vi sono i piccoli Stati che fanno già parte a pieno titolo dell’Unione Europea, i cui rappresentanti descrivono una realtà ampiamente consolidata e forte di un contributo determinante in termini di stabilità e integrazione regionale. Il Vicepresidente del Parlamento del Lussemburgo Mars di Bartolomeo ha assicurato di trovarsi in una posizione eccellente da cui non vi è alcun interesse a uscire, forte di un PIL pro capite tra i massimi del blocco comunitario e di una popolazione che ha superato i 660.000 abitanti. D’altronde si tratta di una condizione comprensibile, considerando che il Lussemburgo è un Paese Fondatore dell’Unione Europea e che proprio sul fiume Mosella, a bordo della motonave Marie Astrid, furono poste le basi per il Trattato di Schengen.

Un concetto ribadito anche dal Vicepresidente del Parlamento di Malta Bernard Grech, rappresentante di una realtà insulare di oltre 570.000 abitanti, il quale ha ricordato come persino l’opposizione locale abbia cambiato orientamento negli ultimi anni diventando favorevole all’Europa, un’evoluzione ben raccontata dalle cronache giornalistiche dell’epoca. È curioso come all’epoca il Partito Nazionalista fosse tra i sostenitori dell’adesione mentre il Partito Laburista si fosse schierato per il no, oggi invece proprio quest’ultimo risulti fortemente convinto di tale impostazione, come del resto hanno ricordato l’ex Presidente della Commissione affari esteri Edward Zammit Lewis durante la recente Commissione congiunta con la nostra Commissione esteri a San Marino e l’ex Presidente del Parlamento maltese Angelo Farrugia, entrambi esponenti laburisti, come testimoniato anche dai resoconti ufficiali istituzionali.

A completare questo quadro comunitario, la Presidente del Parlamento cipriota Annita Demetriou ha offerto una riflessione di profondo spessore geopolitico, ricordando come l’Unione Europea rappresenti un presidio imprescindibile di stabilità e sicurezza. Il percorso di Cipro affonda le radici nella difficile storia successiva al conflitto e alla divisione dell’isola del 1974, legandosi in modo indissolubile al cruciale snodo del referendum del 2004 sul Piano Annan per la riunificazione.

In quella consultazione, l’accordo fu respinto dalla comunità greco-cipriota e approvato da quella turco-cipriota, mancando l’obiettivo di una ricomposizione statuale prima del successivo ingresso nell’Unione. Ciononostante, la scelta di integrarsi a pieno titolo nel blocco europeo ha offerto a Cipro, che oggi conta 1,2 milioni di cittadini, un ancoraggio istituzionale e internazionale di vitale importanza, dimostrando come l’appartenenza all’Ue non solo non abbia dissolto le specificità territoriali, ma si sia rivelata lo strumento fondamentale per difendere la sovranità, la democrazia e la proiezione pacifica nel Mediterraneo orientale. La Presidente Demetriou infine chiude affermando che l’Europa ha certamente dei problemi, ma i benefici superano ampiamente le difficoltà.

Esiste un percorso differente, quello di Monaco, il cui Presidente del Parlamento Thomas Brezzo ha illustrato con equilibrio come le peculiarità morfologiche e amministrative di una città-Stato densamente popolata, circa 39.000 residenti concentrati su poco più di due chilometri quadrati, rendano l’Associazione o l’Adesione particolarmente complessa per la propria struttura economico-fiscale. Una scelta maturata anche alla luce degli studi e delle analisi istituzionali francesi che tradizionalmente suggeriscono una prudente calibrazione rispetto ai parametri comunitari per preservare il delicato equilibrio bilaterale, monetario e doganale con Parigi, orientandosi verso un pragmatismo teso a tutelare il proprio modello peculiare.

A questo si contrappone la narrazione del Vicepresidente del Parlamento del Montenegro Nikolla Camaj, il quale ha raccontato la grande determinazione, storica e coraggiosa di un paese di poco più di 600.000 abitanti, di fare parte della famiglia Europea, dimostrata per esempio dalla modifica di oltre 200 leggi e della costituzione. Si tratta di un cammino partito da lontano che gli stessi montenegrini sperano di portare a termine il prima possibile, si ipotizza il 2028, anche per smarcarsi dalle dinamiche regionali e dalle influenze serbe.

Ma l’aspetto forse più straordinario che emerge da questa rete di relazioni è che la forza del modello di Associazione di San Marino e Andorra ha ormai varcato i confini europei, trasformandosi in un paradigma di riferimento globale. Non è un caso che la riflessione geopolitica internazionale guardi oggi a formule innovative, come lo status di “membro associato” sul modello tracciato proprio da realtà come San Marino e Andorra, persino per grandi potenze transatlantiche extra-europee come il Canada, interessate a strutturare un raccordo stabile e profondo con il Mercato unico europeo senza le rigidità dell’adesione piena. Segno evidente che l’architettura istituzionale sperimentata da San Marino e Andorra con l’Accordo di associazione, e ancora prima da Liechtenstein e Islanda con lo Spazio economico europeo, non è una soluzione di ripiego per nicchie geografiche, ma l’avanguardia più moderna della diplomazia economica internazionale.

Riportando lo sguardo a casa nostra, è inevitabile ricollegare queste riflessioni al dibattito che attraversa la nostra comunità e le nostre istituzioni. La questione della sovranità, un tema che ha animato con forza anche il confronto politico all’interno dei confini andorrani, viene spesso evocata da chi vede nell’integrazione europea una minaccia all’identità sammarinese. Ma il confronto con le altre realtà dei Piccoli Stati, e la stessa eco globale che questi modelli suscitano, dimostra esattamente il contrario, e cioè che la sovranità non è un dogmatico recinto da difendere a oltranza isolandosi dal mondo, né una reliquia da custodire sotto una teca di vetro, bensì uno strumento dinamico da modulare con pragmatismo e lungimiranza.

Sostenere che un Accordo di associazione con l’Unione Europea possa far perdere la sovranità a San Marino significa fraintendere la natura stessa della sovranità nel 21° secolo. Per un piccolo Stato, la vera autonomia non si misura nella volontà formale di rimanere ai margini delle grandi dinamiche globali, ma nella forza di scegliere consapevolmente il proprio destino, sedendosi ai tavoli che contano e tutelando i propri cittadini e le proprie imprese. Entrare nel Mercato unico e strutturare un rapporto stabile con l’Unione Europea significa esattamente questo, potendo contare su presidi di tutela giuridica e istituzionale blindati nero su bianco all’interno del testo dell’Accordo. Pensiamo all’articolo 78, che istituisce formalmente il Comitato di associazione parlamentare tra il Consiglio Grande e Generale e il Parlamento Europeo, trasformandosi in un vero e proprio ponte politico e democratico per un dialogo e confronto costante. E pensiamo all’articolo 80, che disciplina con precisione le modalità di recepimento degli atti giuridici comunitari garantendo a San Marino la certezza del diritto, la parità di trattamento e procedure di salvaguardia capaci di prevenire ogni forma di isolamento. Grazie a questo impianto, la Repubblica supera ogni logica di subalternità e si siede con pari dignità nei tavoli di confronto che difendono la competitività delle nostre aziende e la rispettabilità della nostra statualità.

La verità è che la grandezza di una Repubblica millenaria come la nostra non si misura mai nei confini che la separano dal resto del mondo, ma nella spinta lungimirante ad aprirsi rimanendo fermamente fedele a sè stessa. Scegliere l’Europa non significa farsi dettare il futuro da altri, ma avere finalmente la statura e il coraggio di scriverlo da protagonisti, trasformando la nostra storia nella più grande e fiera certezza di libertà del nostro tempo.

 

 

 

Da San Marino al Canada. La lezione dei piccoli Stati d’Europa e la diplomazia del futuro (di Michele Muratori)