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Attualità

Motus chiede 50.000 euro a Michela Pelliccioni per essere rimasta in Consiglio dopo aver lasciato il partito: se uno statuto può mettere un prezzo all’uscita di un eletto, la libertà di mandato diventa un lusso per chi se lo può permettere

Il movimento DOMANI – Motus Liberi ha citato in giudizio Michela Pelliccioni, uscita dal partito il 16 luglio 2025 e rimasta in Consiglio Grande e Generale come indipendente, chiedendo fino a 50.000 euro di danni sulla base dell’articolo 24 del proprio statuto, che impone a chi abbandona il gruppo consiliare di lasciare anche la carica.

La citazione è stata depositata l’11 giugno 2026 — causa civile 241/2026 — e la prima udienza è fissata per il 24 settembre. Il 25 agosto la Consigliera ha scritto ai Capitani Reggenti e all’Ufficio di Presidenza chiedendo che sia lo Stato a farsi carico della sua difesa, con una manleva non inferiore a 50.000 euro: l’Ufficio di Presidenza ha rinviato la decisione.

Facciamo un esercizio semplice. Immaginiamo che qualcuno offra cinquantamila euro a un Consigliere perché aderisca a un gruppo e ci resti. Come lo chiameremmo? Non serve un giurista.

Ora ribaltiamo la scena. Un Consigliere se ne va, perché ritiene la linea del partito incompatibile con il mandato per cui è stato eletto. Resta in Aula, da indipendente. E il partito gli presenta il conto: cinquantamila euro. Nel primo caso il denaro precede la scelta e la compra. Nel secondo arriva dopo e la punisce. Nel primo c’è un’offerta, nel secondo una pretesa. Il lettore può trarre le proprie conclusioni: a noi basta porre la domanda.

La tesi del movimento è nota e ha una sua coerenza: lo statuto è un contratto, chi aderisce lo accetta, e il danno sarebbe concreto — il finanziamento pubblico legato al seggio, circa 28.000 euro tra 2025 e 2026, finito alla Consigliera indipendente anziché al partito, più la perdita di chance su progetti rimasti nel cassetto. C’è anche un dettaglio che la controparte non mancherà di ricordare: Pelliccioni era presente all’assemblea del 31 maggio 2022 in cui quella clausola venne introdotta e, secondo quanto risulta dagli atti, votò a favore.

Tutto vero. E tutto irrilevante rispetto al punto. Perché il bene conteso non è privato: è un seggio assegnato dagli elettori, non dal partito che ha compilato la lista. Il movimento stesso lo riconosce, visto che non chiede al giudice di dichiarare vacante lo scranno. Sa di non poterlo ottenere. Chiede denaro al suo posto. Non ti tolgo il seggio, ti mando il conto.

Il principio che questo solleva precede qualunque statuto. L’articolo 67 della Costituzione italiana stabilisce che ogni parlamentare esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato. L’articolo 27 della Costituzione francese dichiara nullo ogni mandato imperativo. L’articolo 67.2 della Costituzione spagnola lo esclude, e il Tribunal Constitucional, già nel 1983, è arrivato esattamente al nodo sammarinese: è illegittima qualunque tecnica che impegni l’eletto a rimettere il seggio quando il partito glielo chiede. San Marino non ha una Carta che affronti espressamente la questione — la Dichiarazione dei Diritti tace — e in quel silenzio ciascuno legge quello che gli conviene.

Ma il silenzio di una legge non è un’autorizzazione. Se uno statuto privato può attribuire un prezzo all’uscita di un eletto, quel prezzo lo pagherà chi non può permetterselo: la libertà di mandato smette di essere un diritto e diventa un lusso. E una controversia che è politica finisce nelle mani della giustizia ordinaria, chiamata a decidere qualcosa che dovrebbe restare materia dell’Aula e degli elettori.

Per questo la vicenda Pelliccioni non riguarda una sola Consigliera. Riguarda i sessanta scranni, e chiunque li occuperà. Il Tribunale dirà la sua sul contratto: è il suo mestiere. Il giudizio sul principio, però, non si delega. E il principio è uno solo: il voto di un eletto non ha un listino prezzi. Né per comprarlo, né per farselo restituire.

Ciò che la legge dello Stato non può imporre, può imporlo lo statuto di un partito? Il nodo dietro il caso Motus-Pelliccioni