di Gerardo Giovagnoli (PSD)
Ringrazio Sonia Tura per avere sollevato di nuovo la questione dell’inchiesta Varano, il suo articolo mi ha spronato a scrivere sul tema.
Ritornando con la memoria all’inizio della vicenda, mi è venuta in mente una serie di immagini: per un istinto di approfondimento, pari solo ad una forma di masochismo, ho riguardato le puntate di Report di tre lustri fa dedicate all’inchiesta Varano, quella in cui fu coinvolta Delta, e quindi Carisp.
Quante inesattezze nel descrivere anche fatti pubblici e banali sul nostro Paese: “lingua ufficiale l’italiano, quella parlata è il dialetto romagnolo” (1), che semmai entro pochi anni nessuno saprà più, “le banche sammarinesi nel 2001 raccoglievano 9 miliardi € l’anno, nel 2007 14 miliardi di €” (1), verrebbe da dire “magari”, visto che i due dati si riferivano alla raccolta complessiva, non a quella annua, oppure “Delta aveva 4 miliardi di debiti” (3) e “su quella Banca (Carisp), lo Stato sammarinese ha messo tutti i suoi soldi” (3).
Viene da pensare che se il livello di accuratezza è quello, in Report – come probabilmente in altri programmi d’inchiesta – la verità e la sua rappresentazione distano molto, nel nostro caso, moltissimo.
La puntata iniziale, quella più lunga, esordiva con le immagini degli arresti vertici di Delta e di Carisp, effettuati il 3 maggio del 2009, accompagnate dal canonico corredo di musiche e commenti suggestivi, nel senso usato dagli avvocati.
L’inchiesta Varano esplodeva dopo lo stallo seguito alla prima operazione, quella del sequestro del furgone portavalori del 5 giugno 2008, che fu annullata dalla Corte di Cassazione nel dicembre di quell’anno.
Non ripercorrerò tutta la storia di Delta e Cassa di Risparmio precedente e successiva a quei fatti, giacché essa fu oggetto dei lavori di una Commissione d’Inchiesta Consiliare di cui fui Presidente: essa produsse nel 2015 una Relazione Finale che reputo tutt’ora valida (https://l1nq.com/5l0o5ig).
Tuttavia, in quella relazione si poteva solo immaginare quello che effettivamente accadde: che il caso giudiziario del secolo per la Repubblica di San Marino, non avrebbe condotto alle condanne per la lunga lista di imputazioni ideata nel 2009.
Il punto fondamentale che mi preme rappresentare è che l’azione della Procura di Forlì, attraverso i PM Di Vizio e Forte, creò in sinergia con i media, dimostrata appunto da Report, ma non solo, e di Banca d’Italia, un invincibile impianto accusatorio, che si tramutò in un processo ed una condanna anticipata, ben prima che il processo (non) si tenesse.
Certo, anche il governo italiano non si mise di traverso, d’altronde tutti ricordiamo con fastidio il modo in cui ci trattò Tremonti durante una conferenza stampa congiunta con gli allora SdS Gabriele Gatti e Antonella Mularoni, durante il Meeting del 2009 (https://youtu.be/b_JMr6zxbms?si=UplEiD7aa-T4K5GF).
Il potere messo in campo dalla procura e da BdI, infatti, non fu solo quello d’indagine e del contenimento di reati tutti da dimostrare, ma fu quello operativo, dispositivo, inappellabile, del Commissariamento di Delta, dell’estromissione di Carisp da ogni leva operativa nel gruppo, che condusse di lì a breve pure alla dissoluzione di ogni legame tra il sistema finanziario nostro e quello italiano, addio alle partecipazioni di Unicredit in BAC, addio a quelle di Carim in CIS.
Insomma, in pochi mesi dal 2009 al 2011, un’indagine senza processo aveva già condannato e resa operativa la sentenza: San Marino riciclava soldi dal nero italiano, governava indebitamente istituti in Italia, si doveva mettere in quarantena.
Attenzione, c’erano molti elementi validi per cui l’Italia poteva avere il dente avvelenato: in primis il rifiuto alla firma dell’Accordo del 2005 di cui ho già parlato su questa testata (https://insider.sm/si-sblocca-la-firma-dellaccordo-di-associazione-e-la-riparazione-dellerrore-catastrofico-del-2005/), un modello bancario e anche societario opachi, basato su società anonime e segreto bancario, in cui non era presente nessun dispositivo di scambio di informazioni, ed era invece noto che molti italiani utilizzavano le nostre banche come lavatrice. Nonché costituiva una vulnerabilità rilevante il fatto che Carisp avesse un’esposizione mostruosa verso Delta, di 2,7 miliardi di €, praticamente in quella società veniva deviata tutta la liquidità della banca (pag.49 della Relazione Finale). È un altro fatto rilevante che dopo quel maggio 2009, diversi poteri sammarinesi, invece che fare scudo assieme, decisero di combattersi, favorendo il lavoro dei nostri accusatori. Gabriele Gatti, per esempio: “La Commissione ritiene l’azione di Gabriele Gatti verso la Procura di Forlì come contraria agli interessi di Cassa e della Repubblica di San Marino” (pag.49 della Relazione Finale). Altro esempio: le inutili accuse al capo della Vigilanza di Banca Centrale, Caringi e la sua defenestrazione, che portò alle dimissioni anche del Presidente Bossone e del Direttore Papi, proprio nel momento della crisi acuta di rapporti con l’esterno e di liquidità interna.
Tutto vero, ma.
Ma c’erano tanti modi, anche assertivi, per farci cambiare rotta, senza però demolire una società di valore come Delta e rovinare la vita di diverse persone.
È bene ricordare che se a pagare furono Cassa e Stato, a soffrire furono le persone, in particolare le cinque arrestate quel 3 maggio 2009: Mario Fantini, AD di Carisp e Presidente di Delta, Gilberto Ghiotti, Presidente di Carisp, Paola Stanzani, Vice Presidente di Delta, Luca Simoni, Direttore di Carisp, Gianluca Ghini, Direttore di Carifin.
Tutti furono pesantemente colpiti, molti irrimediabilmente dal punto di vista professionale, Fantini con ogni probabilità anche dal punto di vista fisico, vista la sua scomparsa nel marzo del 2011. Solo Luca Simoni riprese nel 2013 il ruolo di Direttore, ma subì un calvario che lui stesso descrive (4). Gilberto Ghiotti, unico sammarinese dei cinque, ed anche quello sicuramente con meno responsabilità operative, non trovò invece ristoro in patria e descrisse anche lui i danni subiti in due interviste del 2021 (5) e del 2025 (6). Consiglio le tre letture che rendono chiaro l’aspetto distruttivo del castello accusatorio del 2009.
Su cosa era basato quel castello?
Tra le tante accuse dell’indagine Varano, un grimaldello in particolare fu usato Di Vizio per bastonarci, quello della invalidità del codice numerico utilizzato dal sistema bancario italiano per individuare le banche sammarinesi, che venivano equiparate a quelle europee, nonché il fatto che una valanga di contanti arrivassero da Banca d’Italia in maniera ingiustificata.
Questo era alla base della richiesta di sequestro di 2,6 milioni di € del portavalori del 2008, ma soprattutto che attraverso Delta si facesse riciclaggio, tanto riciclaggio, e che vi fosse dominazione indebita sammarinese su quel gruppo, che aveva sede a Bologna.
Il grimaldello usato era assolutamente improprio: non avrebbe dovuto colpire solo Carisp, ma anche Banca d’Italia.
Questo perché se, sottolineo se, un codice numerico era sbagliato, la colpa non era nostra, ma di chi lo aveva attribuito molti anni prima e non l’aveva cambiato.
Se tanto contante arrivava in Repubblica, esso non veniva nottetempo saccheggiato da ladri, semmai era il frutto di consolidate prassi, accordate da BdI attraverso la filiale di Forlì della MPS ed infine portati a San Marino tramite portavalori certificati. Questo viene segnalato addirittura in una delle puntate di Report (2).
In sintesi, se il punto dell’indagine Varano era che avevano scoperto errori nell’interfaccia con San Marino, di quegli errori era più che altro responsabile BdI.
Se vi era dominazione di Cassa in Delta, bastava imporre un provvedimento di riassetto societario. Se l’obiettivo era ancora più grosso, ovvero di farci abbandonare il sistema degli anonimati, bastava quello che era già in corso, ovvero l’inserimento nelle grey o black list italiana, Moneyval e OCSE.
Se l’obiettivo era sconfiggere alla radice uno dei problemi principali, l’evasione fiscale italiana, allora l’esito è stato un buco nell’acqua.
A questo punto non posso fare a meno, infatti, di ricordare che le dimensioni del nostro sistema bancario e finanziario, apparentemente affetto da gigantismo (12 banche e 63 finanziarie per 61 kmq e 32.000 abitanti all’epoca dei fatti), in realtà attraeva pochi soldi, al massimo circa 15 miliardi di € di raccolta totale. Per avere un’idea di quanto ci fosse, di capitali italiani, nelle casse degli altri paesi è sufficiente ritrovare i dati degli scudi fiscali: i report del febbraio 2010, proprio al culmine dell’attacco contro San Marino, indicavano che da qui partirono verso l’Italia 3,8 miliardi, da Monaco 4,1, dal Lussemburgo 7,3 e dalla Svizzera addirittura 60 miliardi di €.
Eppure nessuna delle alternative meno cruente è stata intrapresa e così facendo l’azione della procura e di BdI ha polverizzato un valore di circa un miliardo di € per San Marino, ma anche un’azienda che funzionava molto bene, Delta, con tutte le sue affiliate, e oltre 900 posti di lavoro. In Italia.
FINE PRIMA PARTE
La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata su Insider.sm nei prossimi giorni
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Riferimenti:
1 https://www.raiplay.it/video/2009/05/Il-re-e-nero-faee14bf-cf48-4e5e-aef5-8a991c3d4c1a.html
