di Gerardo Giovagnoli
Con lo spontaneo applauso della Commissione Esteri, il 15 luglio, alla notizia del SdS Beccari dello sblocco della procedura relativa all’Accordo di associazione ed il seguente via libera dato dal Consiglio europeo il giorno dopo, si conclude un ciclo di 20 anni che ha accomunato gli aspetti della politica estera e quelli del comparto bancario e finanziario, un ciclo di black list ed isolamento.
Il 17 novembre del 2005 era prevista la visita dell’allora Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, Gianfranco Fini, per la firma dell’Accordo di Cooperazione con la Repubblica di San Marino, atteso da anni.
(https://www.sanmarinortv.sm/news/politica-c2/accordo-cooperazione-fini-san-marino-17-novembre-a21638)
La visita, purtroppo, non avvenne: il Consiglio Grande e Generale, riunito nella giornata del 15 novembre, in sostanza, bloccò all’ultimo momento la chiusura dell’Accordo.
Vale la pena rileggere il testo della Relazione finale della Commissione d’Inchiesta sulle crisi bancarie sul contesto del tempo:
“Con l’acuirsi del fenomeno terroristico, da tempo il governo italiano e le autorità monetarie sollecitavano i vari governi sammarinesi alla trasparenza effettiva.
Uno dei temi maggiormente oggetto di discussione con le autorità italiane era quello dello scambio delle informazioni bancarie cui i governi sammarinesi opposero un lungo e tenace rifiuto. Era ancora in piedi il trinomio segreto bancario, anonimato societario, differenziale fiscale gabellati come capisaldi della nostra economia.”…”Tutto si svolse nel giro di pochi giorni: il dibattito consiliare nella sessione del 16 e 17 novembre del 2005 fu particolarmente difficile e animato. Anche le opposizioni dell’epoca con differenti sfumature espressero la loro contrarietà ad alcuni aspetti delle pattuizioni.
Il comma si concluse, almeno nella fase consiliare, con la dichiarazione di Pier Marino Menicucci, Segretario della DC cui si aggiunse il Capogruppo Claudio Podeschi che informava l’aula che il suo partito non avrebbe ratificato l’accordo”.
Per la verità anche le forze di minoranza, rappresentate da Sinistra Unita, Popolari Sammarinesi, Alleanza Popolare ed Alleanza Nazionale, furono molto critiche e tutte, tranne Sinistra Unità, presentarono degli ordini del giorno al fine di sospendere la firma dell’Accordo suddetto, cosa molto gradita anche a buona parte dell’ANIS ed altri potenti portatori di interessi: quasi tutto un Paese contro quella firma.
Non posso non segnalare che allora i più convinti sostenitori dell’Accordo militavano tra le file del solo PSD, rimasti incredibilmente gli unici a difenderlo, mi piace ricordare al riguardo gli appassionati interventi di Claudio Felici, Stefano Macina e Fiorenzo Stolfi, che ho potuto riascoltare.
Proprio quel 17 novembre 2005, veniva approvata la Legge 165, cosiddetta LISF: molto tardivamente rispetto al caotico sviluppo del sistema, nasceva Banca Centrale, quando già tutte e 12 le banche erano operative, ma come ormai sappiamo, lo saranno per pochi anni proprio perché quello stesso giorno si fece capire all’Italia che San Marino non voleva adeguarsi alle nascenti regole sulla trasparenza bancaria, i primi accenni normativi allo scambio di informazioni fiscali ed allo smantellamento del segreto bancario.
All’epoca, in tanti, confusero la cooperazione internazionale, la volontà di non favorire pratiche fiscalmente dannose, con la sovranità, addirittura con la sammarinesità, come se il concetto di fare a casa nostra a modo nostro fosse un valore fondativo, o quantomeno fosse un valore davanti al quale le altre amministrazioni dovessero fermarsi e accettare il nostro modus operandi.
Così e non fu e pochi anni dopo, vista la mancanza dell’Accordo con l’Italia, visto che già eravamo in black list in Italia, vista la nostra testardaggine nel mantenere dispositivi finanziari e concessori opachi, una volta arrivata la crisi globale del 2008 e la conseguente lotta ai paradisi fiscali, rischiammo il fallimento del paese.
Da evidenziare quanto disse Tremonti in una famigerata conferenza stampa congiunta dell’agosto 2009: “il fatto che non le dichiarino [le tasse] da voi ci lascia relativamente indifferente, il fatto che non le dichiarino da noi, ci sembra giusto che qualche cosa si debba e possa fare”.
Tremonti e l’Italia fece ben più di qualcosa, e tante furono le decisioni punitive per San Marino, mi limito ad elencare quelle principali: la distruzione di Delta, il più grande investimento sammarinese in Italia, la quasi totale estromissione dal sistema dei pagamenti, la procedura rafforzata, l’adeguata verifica e le disposizioni contro l’esterovestizione e la stabile organizzazione, la totale separazione degli interessi bancari italiani da quelli sammarinesi, l’inasprimento della black list.
Lo stato d’assedio durò fino al 2014 quando, finalmente, l’Italia espunse San Marino dalla black list. Quel lustro costò tantissimo alla Repubblica, si persero diversi punti di PIL e circa la metà della raccolta bancaria, tante aziende dovettero chiudere o trasferirsi in Italia, si conobbe il fenomeno della disoccupazione.
La difesa della sovranità, si disse nel 2005.
E qui si interseca la storia della progressione dell’integrazione con l’Unione Europea. La scelta, non voluta ma poi convinta, della trasparenza è stata accompagnata, da quella europea: gli Ordini del Giorno del Consiglio del 2010, il referendum del 2013, poco dopo la pronuncia dell’UE sull’Accordo di associazione.
Non poteva essere diversamente visto che gli standard normativi sulla collaborazione tra amministrazioni sono decise a livello europeo, non più solo italiano, quindi era già diventato inutile concentrarsi sulla solo contrattazione con il Belpaese e soprattutto la discriminazione di paese terzo cominciava ad essere pesante, ora lo è molto di più ed essa si basa sul fatto che non apparteniamo al Mercato unico europeo.
Questo percorso, al rovescio di quanto accaduto nel 2005, è stato sostenuto in pratica da tutti gli attori rilevanti della vita pubblica del Paese: sindacati, industriali, diverse categorie, praticamente tutti i partiti, quattro governi diversi, hanno lavorato per raggiungere dopo 8 anni di negoziato e 2 e mezzo di procedure europee, nessuno si è sfilato e pochissimi hanno cercato di sabotare l’azione convergente.
La lezione, finalmente, è stata imparata: non è con l’isolamento che si difende la Repubblica, non è con la pia speranza di mantenere posizioni di privilegio o di concorrenza sleale che si produce ricchezza, non è con la pretesa sbandierata di fare a casa nostra come ci pare che si afferma la sovranità. Semmai avviene il contrario. Avviene che il tuo status produce vantaggio se è riconosciuto non solo da te stesso, ma da chi ti osserva e da chi, con te, lavora. Non si può creare un recinto quando si è totalmente circondati da un solo stato, un solo stato che però è nell’Unione Europea: in questo caso non si tratterebbe di protezione, ma di gabbia. La nostra economia vive infatti di esportazioni ed il 37% circa del PIL dipende dalle attività produttive, come si fa quindi a pensare di proliferare non avendo accordi con la UE?
Arriviamo, infine, ai giorni nostri. Ad un giorno in particolare, il 16 luglio. Come il 17 novembre 2005 fu quello in cui il destino di San Marino con l’Italia ed in particolare di quello bancario e finanziario, fu segnato in negativo, il 16 luglio 2026 è quello che vede, incredibilmente, nello stesso giorno, il comunicato del Consiglio europeo che autorizza la firma dell’Accordo di associazione e la comunicazione che, finalmente, si sblocca la situazione con Banca d’Italia: “subito nella fase 2 cioè quella di andare a lavorare insieme con la nostra autorità, con la Banca Centrale, con la Banca d’Italia per definire i contenuti dell’addendum perché penso che diventi adesso a questo punto la priorità”.
Un ciclo di 20 anni si chiude, un altro se ne apre con caratteristiche opposte: al tempo la politica e buona parte del Paese non capì il cambiamento che si poteva solo subire e non governare, ora tutti assieme si procede verso un cambiamento che dobbiamo e possiamo governare e non subire.
Lo considero il tempo della maturità.





