Dopo il caldo torrido di questi giorni, la pioggia di ieri ci ha regalato qualche grado in meno e l’illusione, dolce e breve come tutte le illusioni d’agosto, che si potesse finalmente respirare. Ma chi frequenta i corridoi di Repubblica sa che il clima politico, quello vero, non si raffredda mai: appare sereno sulla carta, resta bollente sotto la superficie.
Lo dicono i bollettini che circolano tra i banchi dei consiglieri, gli stessi amici che ci scrivono e che, a vario titolo, tengono una rubrica su queste pagine: la calma è un abito che si indossa bene nelle fotografie ufficiali, meno bene nelle conversazioni private.
E mentre la pausa estiva tra ombrelloni e sagre di paese sembra avviarsi al tramonto, si alza alto il vessillo della Democrazia Cristiana. Il weekend che ci attende è di quelli che restano negli almanacchi: la visita di Papa Leone XIV, la terza di un pontefice nella storia di San Marino dopo Giovanni Paolo II nel 1982 e Benedetto XVI nel 2011, si intreccia con l’apertura del Meeting di Rimini e con la Festa dell’Amicizia del Pdcs in piazza Bertoldi. Coincidenze di calendario, certo; ma anche l’occasione perfetta perché il partito di maggioranza relativa scelga di mettere in vetrina i suoi due temi caldi dell’autunno che verrà: l’Europa e la sanità.
Sull’Europa, la quiete ritrovata dopo la firma dell’Accordo di associazione è più apparente che reale.
Il Paese continua a interrogarsi su referendum sì o referendum no, e lo fa con toni che vanno dalla preoccupazione sincera alla disattenzione più totale.
C’è chi, come la Dml, lo considera un dovere democratico non negoziabile e bolla ogni ipotesi di rinvio come una scelta che sa di paura del verdetto popolare.
C’è chi, dai banchi della maggioranza, ricorda invece che la Carta dei diritti sammarinese e alcune pronunce dei garanti indicano l’accordo come materia non propriamente referendabile.
E c’è la Csdl, che nella sua proposta di referendum consultivo suggerisce di prendersi il tempo necessario, anche due anni, per informare adeguatamente i cittadini prima di chiedere loro di scegliere.
Tre letture legittime dello stesso problema, e nessuna sentenza definitiva all’orizzonte: il classico caso in cui la politica sammarinese preferisce discutere del metodo pur di rinviare la discussione sul merito.
Ma i leader di maggioranza, va detto per onestà, ricordano anche una cosa sensata: il capitolo europeo di San Marino non si chiude con una firma, si apre con essa. Serve, come amano dire con un’espressione che sta diventando un tormentone della politica nostrana, «mettere a terra» le basi del domani. Da Palazzo Begni, sede della Segreteria agli Esteri, fanno sapere che si corre: si lavora per non farsi trovare impreparati all’appuntamento con l’attuazione dell’Accordo.
Ma corrono, verrebbe da dire, anche per un’altra ragione, meno dichiarata e altrettanto vera: gli alleati di governo, silenziosi in apparenza, fremono in realtà per dare respiro a questa legislatura e portarla, se possibile, fino alla sua scadenza naturale.
Il silenzio, in politica, raramente è vuoto.
Mentre il tema europeo scalda gli animi e detta le scadenze, il Pdcs mette sul tavolo anche la sanità, con Massimo Andrea Ugolini, arrivato in corsa alla Segreteria e già al lavoro sulle molte criticità che da anni pesano su quello che fu il fiore all’occhiello della Repubblica. La maggioranza gli riconosce la capacità di portare a casa i punti dei programmi di governo; l’opposizione, che ne ha criticato il passaggio alla Giustizia, è di tutt’altro avviso. Chi ha ragione lo diranno i fatti — ma solo se gli verrà lasciato lo spazio per agire senza il fiato sul collo. Ce lo auguriamo, perché il Paese, sulla sanità, non può permettersi altri rinvii.
Ma mentre questi temi occupano piazze e palazzi, la vita quotidiana dei sammarinesi continua a chiedere risposte che non fanno rumore quanto un referendum, ma pesano altrettanto. La legge sulla famiglia resta attesa, soprattutto nella parte sui congedi di maternità e paternità, come hanno chiesto a chiare lettere cinquantacinque mamme che non si sono accontentate di aspettare in silenzio. L’economia vuole tornare competitiva: l’Anis aspetta la riforma dell’Iva, mentre commercianti e piccole e medie imprese continuano a lamentare una burocrazia che non accenna ad alleggerirsi. Giovani e anziani, ciascuno a modo proprio, si sentono lasciati ai margini dell’agenda. E intanto è ripartita, silenziosa come sempre, la macchina del toto-nomine alle poltrone della dirigenza pubblica: coperta la casella della Dirigenza Generale della Funzione Pubblica, restano spazi da colmare all’Università e altri se ne apriranno, a sentire i rumors che arrivano in redazione.
La domanda, allora, non è se il Paese abbia troppi temi aperti — ne ha sempre avuti, ed è anche il segno di una comunità viva. La domanda è se dietro a questi temi ci sia una vera pianificazione, o se si continui a campare la giornata rincorrendo l’urgenza del momento. La giriamo ai tanti amici che ci scrivono e che ci leggono ogni mattina.
Il Paese, sia chiaro, sta bene, e non è nostra intenzione lamentarci per il gusto di farlo.
Ma il nostro compito è puntare il faro dove la luce fatica ad arrivare, per aprire ragionamenti, non per chiuderli.
C’è una politica che racconta che va tutto bene, e un’altra che grida al disastro. Noi crediamo in una terza via, meno comoda di entrambe: quella di aprire gli occhi, pianificare e migliorare insieme. Anche il giornalismo, in fondo, è questo: un espresso caldo la mattina, che ti aiuta ad aprire gli occhi.
Ai nostri lettori auguriamo una buona giornata, e l’invito a uscire dalle tifoserie del tutto bello o tutto brutto. Perché, con qualunque temperatura fuori, conviene sempre tenere lo sguardo puntato sul reale.
