“Se nessuno denuncia, vuol dire che non succede niente.” È la frase che si sente più spesso quando a San Marino si parla di violenza sulle donne, e sembra buon senso. Non lo è: in Italia denuncia solo il 13,3 per cento delle vittime, e appena il 3,8 per cento quando l’uomo violento è il partner attuale. Le denunce non misurano quanta violenza c’è. Misurano quante donne se la sentono di parlare. Ecco quell’argomento e gli altri cinque che circolano, messi a confronto con i dati.
Nel giro di pochi mesi San Marino ha ricevuto due documenti che, insieme, compongono la fotografia più completa mai avuta sulla violenza di genere in Repubblica.
Il primo è la relazione di fine mandato dell’Authority Pari Opportunità (2021-2025), presentata il 25 novembre in udienza davanti ai Capitani Reggenti, che certifica un dato di fondo: la violenza sulle donne sul Titano non cala, viene solo intercettata prima e meglio. Nel 2025 quasi il 90 per cento delle vittime seguite sono donne, spesso quarantenni; la violenza registrata è fisica, psicologica e legata allo stalking; le segnalazioni arrivano soprattutto da Forze dell’Ordine e Pronto Soccorso. Sul fronte giudiziario, in tre anni 222 reati legati alla violenza, soprattutto atti persecutori e maltrattamenti in famiglia; nel 2025, 23 procedimenti pendenti, 8 archiviazioni, 6 ordini di protezione, e il 17 per cento delle vittime nei procedimenti è minorenne. Le denunce, spiega la presidente Anna Maria Bugli, si mantengono tra 26 e 32 ogni anno dal 2019 a oggi.
Il secondo è il primo rapporto di valutazione tematica del GREVIO, l’organismo del Consiglio d’Europa che monitora l’attuazione della Convenzione di Istanbul, ratificata da San Marino nel 2016. Riconosce alla Repubblica progressi significativi (l’introduzione del reato di molestia sessuale, l’armonizzazione delle norme sullo stalking, i nuovi reati sulla dimensione digitale della violenza, il Piano nazionale globale 2024-2026) e registra che i casi previsti dalla Convenzione hanno ora priorità giudiziaria, tanto che non se ne sono più verificati di caduti in prescrizione. Al tempo stesso rileva un tasso di denuncia per stupro e violenza sessuale “quasi inesistente”, e indica tre interventi urgenti: garantire un’azione penale efficace nei casi di violenza sessuale e psicologica, aumentare i finanziamenti agli organismi di coordinamento e alle organizzazioni della società civile, e colmare una lacuna normativa precisa: la mancanza di provvedimenti restrittivi d’urgenza nei confronti degli autori di violenza domestica.
Sono dati pubblici, verificabili, prodotti da istituzioni. Eppure ogni volta che il tema torna d’attualità il dibattito si incaglia sugli stessi argomenti. Che non sono opinioni innocue: sono esattamente i meccanismi che, secondo la ricerca, tengono la violenza nascosta. Vale la pena guardarli in faccia uno per uno.
“Se nessuno denuncia, vuol dire che il problema non esiste”
È l’argomento più diffuso, e la statistica lo smentisce alla radice. Le denunce non misurano quanta violenza esiste: misurano quante vittime si sentono in condizione di denunciarla. La distanza tra le due cose si chiama sommerso, e non si deduce per intuizione: si misura, con indagini campionarie armonizzate a livello europeo.
L’ultima è dell’ISTAT, pubblicata il 21 novembre 2025 e condotta tra marzo e luglio su circa 17.500 donne tra i 16 e i 75 anni. Risultato: denuncia il 13,3 per cento delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale. Se l’autore è il partner attuale, la quota crolla al 3,8 per cento. Il 22,5 per cento delle vittime di violenza nella coppia non ne aveva mai parlato con nessuno prima dell’intervista, e la percentuale sale al 37,8 per cento quando l’uomo violento vive ancora in casa.
Il punto è che quella stessa indagine conta 6 milioni e 400mila italiane che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Se il numero di denunce misurasse il fenomeno, dai dati giudiziari italiani si dovrebbe concludere che la violenza domestica quasi non esiste. Non è ideologia contro numeri: è un numero giudiziario contro un numero campionario, e per misurare ciò che non viene denunciato il primo è lo strumento sbagliato e il secondo quello giusto. Un tasso di denunce bassissimo, da solo, non dice che la violenza non c’è. Dice che non emerge.
“San Marino è un posto tranquillo, queste cose qui non succedono”
È il mito dell’isola felice, e ha una versione locale antica quanto il Titano: i panni sporchi si lavano in casa. La ricerca internazionale lo ha studiato a fondo, e il risultato è costante: più la comunità è piccola, meno si denuncia, non perché ci sia meno violenza, ma perché denunciare costa di più.
Nel Regno Unito il National Rural Crime Network, in un’indagine durata diciotto mesi con 67 interviste in profondità e un questionario a 881 sopravvissute, ha messo a confronto i dati di undici forze di polizia: 9,23 reati di abuso domestico denunciati ogni mille abitanti nelle aree rurali, contro 17,92 nelle città. Le vittime rurali denunciano la metà e subiscono abusi per il 25 per cento di tempo in più, a parità di diffusione del fenomeno. Le sopravvissute intervistate nelle ricerche nordamericane descrivono la barriera principale sempre con la stessa formula: tutti conoscono tutti. La vittima conosce personalmente l’agente e il medico a cui dovrebbe rivolgersi, teme che la riservatezza non regga, che la reputazione ne esca distrutta, che l’aggressore sia vicino proprio a chi dovrebbe proteggerla.
In un Paese di 33mila abitanti, dove una voce fa il giro dei Castelli in un pomeriggio, queste barriere non sono teoria. E la conferma è già nei dati sammarinesi: sul lavoro, scrive l’Authority, molestie, pressioni psicologiche e demansionamenti emergono nei colloqui coi servizi, ma le denunce restano poche per paura di ritorsioni. Il sommerso non è un’ipotesi: è certificato, nell’unico ambito dove si riesce a osservarlo da vicino.
“Finché non ci scappa il morto, parlare di emergenza è esagerato”
Sul Titano gli omicidi di donne legati alla violenza di genere sono fermi a zero da venticinque anni. È un dato vero, ed è un risultato di cui andare fieri. Il problema è l’uso che se ne fa.
Il femminicidio è la punta dell’iceberg: sotto ci sono i maltrattamenti quotidiani, la violenza psicologica, quella economica, lo stalking: esattamente le forme che i servizi sammarinesi intercettano ogni anno, in quantità che non diminuisce, e che nei procedimenti compaiono soprattutto come atti persecutori e maltrattamenti in famiglia. Non è un caso che l’omicidio sia l’unico reato di questa famiglia che non può restare nascosto: è il solo che non dipende dalla scelta della vittima di parlare. Usarlo come termometro dell’intero fenomeno significa misurare la febbre solo quando il paziente è già morto.
E c’è un errore logico in più: usare l’assenza di tragedie per dichiarare inutile la protezione è come considerare sprecati i controlli antincendio perché gli edifici non bruciano. La prevenzione, quando funziona, sembra sempre eccessiva: è il suo paradosso. Lo zero alla voce femminicidi è un risultato da difendere con gli strumenti che contribuiscono a produrlo, non un alibi per smontarli.
“Si spende troppo per un problema che non c’è”
Qui c’è una critica che merita di essere presa sul serio, perché è fondata. Il rapporto GREVIO documenta uno squilibrio imbarazzante: all’Ufficio Tecnico Amministrativo per le Pari Opportunità vanno 171mila euro l’anno per stipendi e spese di funzionamento, mentre l’associazione che sul territorio si occupa del recupero dei maltrattanti (l’unico intervento che lavora sulle recidive, cioè sulla causa) dallo Stato non riceve nulla, e i suoi terapeuti operano gratuitamente nel tempo libero.
È uno scandalo, e va detto. Ma attenzione a quale conclusione se ne trae. Che ci sia troppa struttura amministrativa e troppo poco lavoro sul campo non è un argomento contro il rapporto del Consiglio d’Europa: è letteralmente una delle tre cose che quel rapporto chiede con urgenza, cioè aumentare i finanziamenti agli organismi di coordinamento e soprattutto alle organizzazioni della società civile. Chi cita quei numeri per sostenere che si sta esagerando sta usando le raccomandazioni del GREVIO per dire che il GREVIO esagera. I 171mila contro zero non dimostrano che il problema è sopravvalutato. Dimostrano che i soldi sono nel posto sbagliato.
“Tante denunce sono false, fatte per vendetta”
Le denunce infondate esistono, come per qualsiasi reato, e la preoccupazione per chi viene accusato ingiustamente è legittima: in una comunità dove tutti si conoscono la gogna è istantanea, e la reputazione di una persona può essere distrutta molto prima che un tribunale dica qualcosa. Chi solleva il problema non sta difendendo la violenza: sta difendendo il principio che nessuno debba essere condannato in piazza.
Il punto è che quel principio non si difende chiedendo alle vittime di stare zitte, ma nel processo, con le sue garanzie, che esistono, e che a San Marino sono state rafforzate proprio dalle riforme di questi anni. E va tenuto presente lo squilibrio delle prove: da un lato ci sono i casi singoli, che colpiscono l’immaginazione e finiscono sui giornali; dall’altro le rilevazioni campionarie su decine di migliaia di donne. Ripetere in una comunità piccola che chi denuncia probabilmente mente significa alzare ancora il muro contro cui una vittima già combatte, aggiungendo alla paura della gogna quella di non essere creduta, che le rilevazioni indicano già tra i motivi principali del silenzio.
“Sono questioni private, la famiglia si protegge”
È il luogo comune più antico, ed è quello che la Convenzione di Istanbul, che San Marino ha scelto sovranamente di ratificare, smonta alla base: la violenza di genere non è un affare privato, è una questione pubblica di diritti e di salute. La sociologia delle piccole comunità ha descritto con precisione cosa produce l’idea opposta. Davanti all’inchiesta pubblica sulla strage in Nova Scotia, la sociologa Karen Foster della Dalhousie University ha spiegato che la coesione dei piccoli centri ha un doppio taglio: la stessa vicinanza che porta a proteggersi a vicenda può portare a nascondere collettivamente gli abusi, perché dove ci sono famiglie note, la cui reputazione conta, certe cose, ha detto, vengono gestite in silenzio, o non vengono gestite affatto.
Il silenzio protegge la reputazione. Non protegge le persone.
Quello che serve davvero
Smontati i luoghi comuni, resta il lavoro concreto, ed è quello che le raccomandazioni del GREVIO indicano senza allarmismi: misurare meglio il fenomeno, formare chi entra in contatto con le vittime, garantire un’azione penale efficace, e colmare la lacuna dei provvedimenti restrittivi d’urgenza: cioè la possibilità di allontanare immediatamente chi è pericoloso, che oggi in Repubblica semplicemente non esiste. E poi finanziare il lavoro sugli autori di violenza, che previene le recidive e che oggi si regge quasi soltanto sul volontariato. Un sistema serio protegge le vittime e lavora anche su chi la violenza la agisce.
Il 21 luglio il Consiglio Grande e Generale ha approvato all’unanimità un ordine del giorno sulla violenza di genere: nato da un testo dell’opposizione e riscritto insieme durante una sospensione dei lavori, è stato sottoscritto dall’intera Aula e impegna il Congresso di Stato a portare il tema entro settembre 2026 all’esame congiunto delle Commissioni competenti, con dati aggiornati e un approfondimento sulle criticità sollevate dall’Authority. Settembre è vicino, ed è una scadenza a cui la politica può essere tenuta.
Ma le leggi e i protocolli, da soli, non bastano a svuotare il sommerso: serve anche una comunità che smetta di ripetersi che qui certe cose non succedono. Perché ognuno degli argomenti elencati qui sopra, per quanto ragionevole possa sembrare a chi lo pronuncia, arriva alle orecchie di chi sta subendo violenza, magari a pochi metri da casa nostra, con un unico significato: che parlare non ne vale la pena. Ed è esattamente così che il silenzio vince.
Dove chiedere aiuto
Centro d’Ascolto: Centro Salute Donna, centro Atlante, Dogana. Telefono 0549 994800. È disponibile anche TECUM, l’applicazione per smartphone dedicata alle vittime di violenza di genere e domestica, citata dal GREVIO tra le buone pratiche sammarinesi. In caso di emergenza immediata, contattare le Forze dell’Ordine.
Nota Fonti: relazione di fine mandato dell’Authority Pari Opportunità 2021-2025; primo rapporto di valutazione tematica del GREVIO sulla Repubblica di San Marino, Consiglio d’Europa; ISTAT, “La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia”, primi risultati 2025, pubblicati il 21 novembre 2025; National Rural Crime Network, “Captive & Controlled”, 2019; audizione di Karen Foster alla Mass Casualty Commission, Nova Scotia, 2022; resoconto della seduta del Consiglio Grande e Generale del 21 luglio 2026.





