L’intelligenza artificiale non vi ruberà il lavoro. Ve lo ruberà chi ha imparato a usarla.

da | 2 Lug 2026

C’è un commercialista, a San Marino, che ogni fine mese passa due giorni a riconciliare a mano estratti conto e registrazioni. Due giorni. Ventiquattro volte l’anno. Nel frattempo, da qualche parte in Italia, un suo collega ha imparato a far fare lo stesso lavoro a un’intelligenza artificiale in venti minuti — e con i due giorni recuperati si è preso altri clienti. Magari qualcuno dei suoi.

Ecco. Tutta la questione dell’AI e del lavoro, spogliata dei convegni e dei titoli apocalittici, è qui. Non è la macchina che sostituisce l’uomo. È l’uomo che ha imparato a usare la macchina che sostituisce quello che non ha voluto impararlo. È sempre andata così, dal trattore al foglio di calcolo. Solo che stavolta va più veloce.

E qui arriva il problema sammarinese, che nessuno ha ancora messo nero su bianco: nella Repubblica non esiste un posto dove imparare a usare l’intelligenza artificiale sul proprio lavoro vero.

Non parliamo dei corsi. Di corsi ce n’è fin troppi: trenta ore registrate su una piattaforma, un attestato in PDF, e la sensazione di aver capito tutto fino al lunedì mattina, quando davanti hai il tuo gestionale del 2011 e nessuna delle slide ti dice cosa farci. Il corso generico sull’AI è come un corso generico di cucina per chi gestisce un ristorante: interessante, ma la sera devi comunque far uscire i piatti dalla tua cucina, con i tuoi fornelli.

L’alternativa, oggi, è una sola: comprare una scatola chiusa da un fornitore fuori confine. Un software “con l’AI dentro”, un abbonamento, un’assistenza via ticket. Funziona? A volte. Ma il giorno che ti serve una modifica sei in coda dietro altri diecimila clienti, e il giorno che vuoi cambiare fornitore scopri che i tuoi dati, i tuoi processi e ormai anche le tue abitudini appartengono a lui. Ha un nome tecnico, si chiama lock-in. In italiano si traduce meglio: dipendenza.

Per un Paese di trentatremila abitanti, la dipendenza tecnologica non è un dettaglio commerciale. È una questione quasi costituzionale. San Marino è sopravvissuto per diciassette secoli su un principio semplice: le cose essenziali si fanno in casa, o almeno si sanno fare. Vale per le istituzioni, è valso per la moneta, per la sanità, per mille altre cose. Non c’è motivo per cui non debba valere per la competenza tecnologica — che nel 2026 è essenziale quanto lo era saper tenere i registri nel 1926.

Ed è qui che succede una cosa controintuitiva, che merita di essere raccontata proprio perché va contro ogni logica di mercato.

A San Marino c’è un’azienda informatica, Strategic, che lavora sull’intelligenza artificiale con un modello che qualsiasi consulente di vendita definirebbe autolesionista: formare il cliente fino a renderlo autonomo. Non vendere la scatola chiusa, ma aprire la scatola, spiegare cosa c’è dentro, e affiancare le persone finché non sanno usare gli strumenti da sole, sui loro dati, sui loro processi. In azienda lo riassumono con uno slogan che è quasi una rinuncia commerciale: l’esperto lo diventi tu.

Dal punto di vista del fatturato ricorrente, è un pessimo affare. Il cliente che diventa autonomo smette di pagarti l’abbonamento. Ma dal punto di vista di un piccolo Stato, è l’unico modello che ha senso: ogni azienda sammarinese che impara a usare l’AI in casa propria è competenza che resta dentro i confini, invece di un canone che li attraversa ogni mese in una sola direzione.

Non è beneficenza, sia chiaro. È una scommessa: che in un mercato dove tutti vendono dipendenza, vendere autonomia sia — alla lunga — l’unica cosa che nessuno può copiarti. Le scatole chiuse si somigliano tutte. La fiducia di chi ti ha visto lavorare a fianco della sua segretaria per insegnarle a preparare le email in un decimo del tempo, quella no.

Il commercialista dell’inizio, quello dei due giorni al mese, esiste davvero. Non sappiamo se leggerà questo articolo. Ma se lo fa, il messaggio è questo: nessuna intelligenza artificiale verrà a prendersi il suo studio. Verrà, semmai, un collega più curioso. E la differenza tra i due, oggi, non è il talento, non è il capitale, non è nemmeno l’età.

È chi ha deciso di imparare per primo.

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Francesca Devincenzi

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