Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di un lettore di Insider.sm
C’è una scena che si ripete nella storia dei partiti forti: il leader che ha vinto tutto, che ha tenuto insieme tutto, che è stato più volte il collante di tutto, a un certo punto si volta e — con quella disinvoltura propria solo dei grandi — dice: adesso vado a fare il ministro. E tutti restano lì, un po’ attoniti, a chiedersi se abbiano capito bene.
È quello che sta accadendo in casa PDCS. Gian Carlo Venturini, segretario politico della Democrazia Cristiana Sammarinese da nove anni, due mandati consecutivi, l’uomo più votato del suo partito alle ultime elezioni, ha manifestato la propria disponibilità ad assumere la Segreteria di Stato alla Sanità. Una notizia che suona come un colpo di scena in un racconto che sembrava già scritto. Tutto ci saremmo aspettati da Venturini — un nuovo mandato congressuale, un’ulteriore conferma ai vertici, magari l’ennesimo tentativo di tenere a bada le correnti interne con quella pazienza benedettina che lo contraddistingue — ma non questo. Non ora. Non così.
Perché bisogna dirlo chiaramente: Venturini lascia il partito prima del congresso, prima delle elezioni del 2029, prima di aver completato il ciclo naturale di una leadership che, per peso specifico e risultati, non ha eguali nella storia recente della DC sammarinese. Un uomo che ha portato il PDCS a vincere due tornate elettorali consecutive, a consolidarsi come partito di maggioranza relativa, a costruire — mattone dopo mattone — quella coalizione con AR, Libera e PSD che oggi governa la Repubblica. Una storia di successo, insomma. E i protagonisti delle storie di successo non escono solitamente di scena nel mezzo dell’atto.
Tutto ci saremmo aspettati da Venturini, ma non questo: lasciare il partito prima del congresso, prima delle elezioni, prima di aver completato il ciclo naturale di una leadership senza eguali nella storia recente della DC.
Il rebus della successione
Lo statuto del PDCS è inequivocabile su un punto: la carica di Segretario di Stato è incompatibile con quella di segretario politico. Dunque, se la nomina si concretizzerà, sarà il Consiglio Centrale a dover nominare un sostituto. Il nome che circola con più insistenza in queste ore è quello di Manuel Ciavatta, attuale vicesegretario e figura notoriamente vicina alla linea di Venturini.
Ma qui sta il nodo. Ciavatta è un uomo del segretario, non necessariamente l’uomo del partito. La DC sammarinese è un organismo complesso, percorso da sensibilità diverse, da correnti che convivono non sempre in armonia, da generazioni politiche che si guardano con rispetto ma anche con qualche diffidenza reciproca. Un vicesegretario che rappresenta soprattutto la linea del suo predecessore non è, per ciò stesso, una figura capace di sintesi tra tutti. Il consenso interno, quella legittimità che si costruisce col tempo e con la capacità di ascolto trasversale, è cosa diversa dalla fedeltà politica — per quanto preziosa essa sia.
E allora la domanda vera non è tanto chi sarà il prossimo segretario, ma con quale mandato arriverà. Con quale forza. Con quale larghezza di consenso all’interno di un partito che è enorme nei numeri, articolato nelle sue anime, e non disposto a seguire chiunque per il solo fatto che gli venga indicato dall’alto.
Due strade, due destini
Il bivio che si apre davanti alla DC è netto come raramente accade nella politica, dove solitamente si preferiscono le sfumature alle scelte nette.
La prima strada è quella della continuità. Il partito sceglie un nuovo segretario effettivo, nato da un congresso democratico, capace di sintesi tra le anime interne, gradito agli alleati, proiettato verso la fine della legislatura. Una figura che possa dialogare da pari a pari con i segretari di stato degli altri partiti della coalizione, che abbia una sua legittimità congressuale e non solo una delega transitoria. In questo scenario, il PDCS si ripropone nel 2029 con lo stesso assetto di governo, ripresentando agli elettori una coalizione che ha retto alla prova. Una scelta ambiziosa, che richiederebbe però una personalità di peso — e il banco, bisogna ammetterlo, è già molto scoperto, con le figure più importanti del partito impegnate in ruoli di governo o in posizioni chiave.
La seconda strada è quella della discontinuità accelerata. Venturini sale al governo per mettere ordine su alcuni dossier pesanti — la Banca di San Marino, l’accordo con l’Unione Europea, le partite aperte che tengono svegli i Segretari di Stato la notte — e poi si va a elezioni anticipate. In questo contesto, un segretario pro-tempore avrebbe una sua logica: una figura di raccordo tra il partito e Venturini stesso, capace di coordinare senza la necessità di costruire una leadership autonoma. Ma attenzione: questo schema funziona solo se l’obiettivo è breve. Se invece la DC vuole davvero un lungo respiro, se vuole mantenere un dialogo autentico con i suoi alleati e proiettarsi con credibilità alle prossime elezioni, allora un facente funzioni non basta. Serve un segretario politico effettivo, nato dalla base, legittimato da un congresso, capace di parlare a nome del partito con la stessa autorevolezza che Venturini ha saputo esercitare per un decennio.
Un pro-tempore ha senso se si va a elezioni presto. Ma se la DC vuole il lungo respiro, serve un segretario nato dal congresso, non nominato dall’alto: la differenza, in politica, è tutto.
L’ombra lunga di un leader
Trentadue anni in Consiglio Grande e Generale, due volte Capitano Reggente, quattro volte Segretario di Stato. Una biografia istituzionale che non ha molti paragoni nella storia della piccola Repubblica. Venturini è alla guida del PDCS dal 2017, è stato riconfermato nel novembre 2024, e il suo mandato avrebbe dovuto scadere nel novembre del 2027.
È proprio questo il punto: un uomo di questo peso non lascia mai davvero. Si sposta, si trasforma, cambia ruolo. Ma il suo peso politico rimane. E chi erediterà la guida del partito lo saprà bene: governerà con la consapevolezza che il vero asse gravitazionale del PDCS, almeno per un certo tempo, non si troverà in Via delle Scalette ma nel palazzo del governo.
C’è qualcosa di affascinante, e al tempo stesso di leggermente vertiginoso, in questa architettura. Un partito che ha il suo fondatore al governo e un successore ancora da definire deve fare i conti con una domanda scomoda: chi parla, alla fine, a nome della DC? Chi è l’interlocutore degli alleati? Chi tiene insieme le correnti interne — i giovani che scalpitano, i veterani che sorvegliano, le sensibilità diverse che convivono sotto lo stesso tetto ideale?
Il passo indietro che non è un passo indietro
La mossa di Venturini è letta da molti osservatori come un colpo da «asso pigliatutto»: in un solo movimento si prenderebbe il governo e, attraverso una figura a lui vicina alla guida del partito, manterrebbe comunque un filo diretto con Via delle Scalette. Un’interpretazione forse un po’ cinica, ma non priva di una sua logica interna.
Di certo, la gestione della vicenda ha già prodotto qualche malumore. Massimo Andrea Ugolini — al quale sarebbe spettato l’incarico a rigor di logiche partitiche e per i voti ottenuti alle ultime elezioni — ha ritirato la propria candidatura nel doveroso rispetto delle determinazioni formali che deciderà di assumere la direzione del partito. Una formula, quella, che nella lingua della politica significa molte cose, e non tutte benevole.
Il che ci ricorda una verità elementare: anche nei partiti più compatti, le decisioni prese «di comune accordo» raramente lo sono davvero fino in fondo.
Quello che gli altri non ti diranno
La verità è che il PDCS si trova di fronte alla sfida più difficile non sul versante del governo, ma su quello dell’identità. Un partito grande — grande nei numeri, grande nelle ambizioni, grande nelle contraddizioni interne — che perde il suo baricentro naturale deve trovarne un altro. E i baricentri, nella politica come nella fisica, non si costruiscono per decreto.
Venturini sa tutto questo. Lo sa meglio di chiunque altro. Ed è precisamente per questo che la sua scelta ci affascina e ci lascia con qualche interrogativo sospeso. Perché un uomo di questa esperienza non fa mosse inconsapevoli. Se ha scelto il governo adesso, con questi dossier, in questo momento, avrà le sue ragioni. Ragioni che, forse, capiremo solo tra qualche mese — quando il quadro si sarà definito, il congresso si sarà tenuto, e il partito avrà trovato — o non trovato — il suo nuovo centro di gravità.
Nel frattempo, Via delle Scalette si prepara a una stagione nuova. I giovani che scalpitano sperano che sia finalmente la loro. I veterani sorvegliano, come sempre. E Gian Carlo Venturini, da qualche palazzo del governo, osserverà con quella sua aria da chi sa già come andrà a finire.
O almeno ci spera.





