Sara Conti (RF): “La sentenza CEDU sul caso Simoncini smonta la narrazione del colpo di Stato sulla giustizia”

da | 16 Mar 2026

Sara Conti (RF): Rimango sul tema della giustizia, ma affrontando un’altra questione molto attuale di cui, però, si parla poco e che invece ci tocca profondamente. Mi riferisco alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Simoncini contro la Repubblica di San Marino. Quella sentenza non è soltanto una decisione giuridica: è una sentenza che parla molto da vicino alla politica sammarinese, parla alla memoria di questo Consiglio e richiama ciò che abbiamo vissuto in quest’aula negli anni più tesi del dibattito sulla giustizia.  Il punto centrale della sentenza riguarda l’annullamento della nomina del ricorrente a commissario della legge a seguito dell’applicazione retroattiva di una norma di interpretazione autentica intervenuta mentre il contenzioso era già in corso. La Corte è stata molto chiara: ha affermato che l’introduzione di una legislazione retroattiva in quel contesto ha alterato l’equilibrio del procedimento e ha inciso direttamente sui diritti del ricorrente. Ha aggiunto inoltre che non esistevano motivi imperativi di interesse generale tali da giustificare un intervento legislativo di quel tipo.  Queste parole pesano. Pesano perché arrivano da una Corte internazionale. Pesano perché riguardano una scelta legislativa precisa. Pesano perché ci obbligano a rileggere politicamente ciò che accadde nel gennaio del 2020. Chi sedeva in quest’aula allora lo ricorda molto bene. Il nuovo governo si era appena insediato e il primo atto normativo della legislatura fu proprio quello sulla giustizia, la legge qualificata numero 1 del 2020. Attorno a quella scelta si costruì una narrazione molto forte, che tutti ricordiamo. Si disse che negli anni precedenti si fosse consumato addirittura un colpo di Stato sulla giustizia, che il sistema giudiziario fosse stato piegato e che la politica avesse il dovere di intervenire per ristabilire la legalità. Fu in quel clima che si decise di intervenire con una legge di interpretazione autentica con effetti retroattivi sulla composizione del Consiglio Giudiziario plenario. Una scelta che venne difesa con forza dalla maggioranza di allora. Ricordiamo bene i comunicati di quei giorni: si sosteneva che quella legge fosse necessaria per ristabilire la legittimità delle istituzioni giudiziarie e per correggere decisioni ritenute illegittime.  Oggi però arriva la sentenza della Corte europea e la Corte dice qualcosa di molto diverso. Dice che quell’intervento legislativo retroattivo ha violato il diritto a un giusto processo e soprattutto che non era giustificato da alcun interesse generale imperativo. Questo cambia completamente la prospettiva con cui dobbiamo rileggere quegli eventi.  Per anni ci è stato raccontato che quella legge serviva a salvare la giustizia sammarinese. La Corte europea oggi ci dice invece un’altra cosa: ci dice che quella scelta ha compromesso principi fondamentali dello Stato di diritto.  Se davvero ci fosse stato un colpo di Stato sulla giustizia, la Corte europea lo avrebbe detto. E invece non lo ha detto. Anzi, ha affermato che lo Stato sammarinese, attraverso una legge retroattiva, ha violato il diritto a un giusto processo. Questo è un punto politico oltre che giuridico.  C’è poi un’altra verità che emerge con forza. Per anni si è sostenuto che quell’intervento avrebbe ristabilito ordine e legalità nel tribunale. Guardiamo però cosa è accaduto realmente negli anni successivi. Il risultato non è stata una restaurazione della legalità. Oggi la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo cade come una mannaia su quella decisione politica e sulla narrazione costruita attorno ad essa. E non perché lo dica una forza politica di opposizione, ma perché lo afferma una Corte internazionale.  Questo significa anche che la politica deve avere il coraggio e l’onestà di riconoscere quando una scelta istituzionale è stata sbagliata. La lezione che emerge da questa vicenda è molto chiara: la giustizia non si riforma con leggi retroattive e non si riforma con narrazioni politiche.  Quando il Parlamento interviene con norme retroattive che incidono su procedimenti in corso o su diritti individuali, il rischio di compromettere l’equilibrio dello Stato di diritto è altissimo. Ma c’è anche un’altra lezione. La giustizia non può diventare terreno di scontro politico permanente. Quando la politica entra in tribunale con questa logica, il risultato è sempre lo stesso: non si rafforza la giustizia, ma si genera conflitto istituzionale, delegittimazione reciproca e perdita di fiducia da parte dei cittadini.  Per questo oggi la politica dovrebbe fare una scelta diversa. Dovrebbe abbassare i toni e ricostruire un clima istituzionale serio attorno alla giustizia sammarinese. Un clima in cui la giustizia non venga usata come arma politica e in cui i procedimenti possano svolgersi senza pressioni e senza narrazioni costruite a tavolino.  Lo vediamo nella confusione generale, nei cosiddetti piani paralleli, nei piani che si intersecano continuamente tra piano giudiziario e piano politico.  Sono dinamiche pericolose perché quando la giustizia diventa terreno di scontro politico a perdere non è una parte o l’altra: a perdere è lo Stato. Se non comprendiamo questo punto, continueremo a piegare le istituzioni secondo la volontà di qualcuno.  San Marino ha sempre avuto una grande forza: la credibilità delle sue istituzioni e il rispetto internazionale. Questa credibilità si difende solo con il rispetto rigoroso dello Stato di diritto. E lo Stato di diritto significa una cosa molto semplice: la legge non si cambia retroattivamente per vincere una battaglia politica.  La Corte europea oggi ce lo ricorda.  Chiudo con tre considerazioni molto semplici. La giustizia non è terreno di propaganda politica. La credibilità delle istituzioni vale più di qualsiasi narrazione di parte. Lo Stato di diritto non si difende con gli slogan, ma con le regole e con le azioni coerenti nel rispettarle.  Le parole molto dure pronunciate in quei mesi contro alcune persone non si dimenticano facilmente. Quei momenti si possono superare perché la politica va avanti, ma certe accuse, certe illazioni e certe scelte istituzionali restano nella memoria.  E sta alla politica dimostrare oggi di aver capito la lezione. Chi allora sostenne quell’intervento legislativo e quella violazione dello Stato di diritto dovrebbe almeno interrogarsi e forse provare un po’ di vergogna.

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