Assente dal Consiglio, poi in partenza per la Tanzania: Giovanni Zonzini finisce nel mirino delle critiche.
Ma prima di puntare il dito, qualcuno gli ha chiesto perché?
Noi lo abbiamo fatto.
Il consigliere e segretario di Rete respinge quelle che considera strumentalizzazioni e spiega le ragioni dei suoi spostamenti: prima il lavoro di ricerca all’estero, poi una missione istituzionale. “Fare il consigliere a San Marino non è un lavoro”, ricorda.
E a chi presenta le sue assenze come un disimpegno risponde: “Non sono in vacanza. Bastava chiedere”.
Zonzini, qual è il motivo delle sue assenze negli ultimi mesi?
“Sto svolgendo un dottorato di ricerca in storia contemporanea all’Università di Pavia.
Ho un contratto che dura tre anni e ho appena concluso il secondo. Ricevo un compenso, vengono versati i contributi previdenziali e ho degli obblighi da rispettare.
Tra questi ci sono dodici mesi di ricerca all’estero nell’arco del triennio”.
Lei insiste sul fatto che si tratta del suo lavoro. Perché ritiene necessario precisarlo?
“Perché fare il consigliere a San Marino non è un lavoro: è un’attività politica. Non è un impiego che sostituisce la mia professione e non mi garantisce una pensione.
Io, come altri consiglieri, ho un altro lavoro. Nel mio caso è la ricerca e devo rispettare il contratto che ho sottoscritto. Non posso considerare facoltativi gli impegni che prevede”.
Che cosa ha fatto concretamente durante il periodo all’estero?
“Ho svolto soprattutto ricerche in archivio, oltre a partecipare ad attività accademiche e conferenze.
Quest’anno sono stato in Francia e negli Stati Uniti, tra Washington e New York. Ho lavorato agli Archivi nazionali di Parigi e partecipato a una conferenza nella stessa città.
Sono attività che fanno parte del mio percorso di ricerca, per le quali vengo pagato. Non sono andato in giro per piacere”.
Quanto è durato questo periodo e sono previste altre assenze?
“Sono partito il primo giugno e sono rientrato il primo ottobre. Anche il prossimo anno dovrò svolgere quattro mesi di ricerca all’estero, sempre per completare quanto previsto dal contratto”.
Resta il tema della partecipazione ai lavori del Consiglio. Come risponde a chi contesta queste assenze?
“Le assenze sono legate a un obbligo professionale, non alla volontà di evitare il Consiglio.
Non sono neppure il primo consigliere a trascorrere un periodo all’estero per lavoro.
Capisco che si possano chiedere spiegazioni, ma sarebbe bastato contattarmi: avrei chiarito che cosa stessi facendo e perché”.
Pochi giorni dopo il rientro è ripartito per la Tanzania. Per quale ragione?
“Questa volta per un impegno istituzionale dell’Unione interparlamentare.
Le delegazioni sammarinesi comprendono due rappresentanti della maggioranza e uno dell’opposizione, secondo una turnazione.
Essendo appena rientrato dagli Stati Uniti, francamente avrei preferito evitare un’altra partenza così ravvicinata”.
Quindi la missione in Tanzania non è collegata al dottorato?
“No, sono due cose distinte. In Francia e negli Stati Uniti ero impegnato nel mio lavoro di ricerca.
In Tanzania partecipo a una missione istituzionale come consigliere. Non sono qui in vacanza: le mie giornate si svolgono tra l’albergo e la sala conferenze dell’Unione interparlamentare”.
Che cosa contesta, allora, delle critiche ricevute?
“Il fatto che si descrivano questi spostamenti come se fossero viaggi di piacere o un modo per sottrarmi ai miei impegni politici. È una ricostruzione che considero strumentale.
Prima di scrivere sarebbe bastato chiedermi perché fossi stato all’estero per quattro mesi e perché fossi poi partito per la Tanzania. Non sono stato contattato né prima né dopo.
La critica è legittima, ma deve esserci anche la possibilità di spiegare i fatti e di replicare”.
