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Attualità

San Marino, 88 nascite in otto mesi: quando fare un figlio diventa una questione di futuro

Ottantotto. Forse per capire perché il progetto di legge sulla famiglia che approda in Consiglio sia molto più di una riforma di congedi e sussidi basta partire da questo numero. Sono i bambini nati a San Marino tra gennaio e agosto del 2026. Nello stesso periodo del 2025 erano stati 106. Diciotto in più.

Numeri piccoli in valore assoluto, come inevitabilmente accade in una Repubblica di poco più di 30mila abitanti, ma proprio per questo pesantissimi. Perché quando una comunità è piccola, ogni culla vuota pesa di più.

Ed è probabilmente da qui che va letta la riforma che arriva all’approvazione definitiva del Consiglio Grande e Generale. Non semplicemente come una legge “per la famiglia”, ma come il tentativo di mettere mano a uno dei problemi più difficili che San Marino dovrà affrontare nei prossimi decenni.

La denatalità, del resto, non si combatte dicendo ai giovani di fare più figli. Sarebbe troppo facile. La domanda vera è un’altra: quanti giovani oggi sentono di avere le condizioni economiche, lavorative e personali per costruire una famiglia?

È su questo terreno che la politica si gioca la partita.

Il progetto prova a farlo mettendo sul tavolo misure concrete. Il congedo di paternità passa da 10 a 20 giorni, retribuiti al 100% e utilizzabili anche in maniera frazionata. Cambiano soprattutto i congedi parentali: nei primi tre mesi l’indennità sale all’80% della retribuzione netta, con un minimo di 1.500 euro al mese; successivamente passa al 40%, con un minimo di 1.000 euro, fino al primo anno di vita del bambino, per poi arrivare al 20%, con un minimo di 500 euro, fino ai 18 mesi.

Non sono dettagli tecnici. Il punto è rendere economicamente possibile ciò che sulla carta è già un diritto: stare con un figlio senza che questo significhi mettere seriamente in difficoltà il bilancio familiare.

C’è poi un’altra parte della riforma che merita attenzione e che allarga parecchio il campo: il riconoscimento del caregiver familiare. Vale a dire di chi mette una parte importante della propria vita al servizio di un familiare non autosufficiente, malato o con disabilità.

Una realtà spesso vissuta quasi interamente dentro le mura di casa e che invece produce un valore enorme per tutta la collettività. Il progetto introduce diversi livelli di riconoscimento in base al carico assistenziale, un sostegno economico, contribuzione previdenziale figurativa e, nelle situazioni più impegnative, la possibilità di aspettativa dal lavoro fino a cinque anni, rinnovabile per altri cinque. A questo si aggiungono formazione e strumenti pensati per evitare isolamento e burnout.

È forse proprio qui che il progetto assume il suo significato più interessante. Famiglia non significa soltanto nascita di un figlio. Significa cura. Di un neonato, di un genitore anziano, di una persona fragile. E significa soprattutto tempo, un bene che molto spesso entra in conflitto con il lavoro e con la necessità di portare a casa uno stipendio.

Naturalmente sarebbe un errore caricare questa legge di aspettative impossibili.

Nessuna riforma può convincere per decreto una coppia ad avere un bambino. E nessun assegno, da solo, può invertire una curva demografica che riguarda praticamente tutta Europa.

Perché dietro alla scelta di avere o non avere figli ci sono il costo della casa, gli stipendi, la stabilità del lavoro, i servizi per l’infanzia, gli orari, le prospettive professionali e perfino la percezione che un giovane ha del proprio futuro. C’è, insomma, la fiducia nel domani.

Ed è probabilmente questa la sfida successiva per San Marino.

Il progetto che arriva in Consiglio può costruire una rete più robusta attorno a chi decide di diventare genitore e a chi si prende cura di un familiare. Ma dovrà inserirsi dentro una politica molto più larga, capace di interrogarsi su quanto sia semplice oggi per un ventenne o un trentenne immaginare la propria vita futura sul Titano.

Un dato contenuto nella relazione che accompagna il percorso della riforma lascia almeno intravedere quanto il tema sia sentito: all’indagine sull’andamento demografico promossa attraverso l’Ufficio di Statistica hanno partecipato migliaia di persone, con 2.100 questionari completati. Non è poco. Significa che il problema viene percepito e che una parte consistente della popolazione vuole discuterne.

Ora la parola passa alla politica.

E forse, su un tema del genere, la divisione classica tra maggioranza e opposizione conta meno del solito. Si può discutere su cifre, strumenti, coperture e singole norme. Anzi, è giusto farlo. Ma il problema che c’è dietro appartiene a tutti.

Perché 88 nascite non sono semplicemente una statistica da mettere in una tabella.

Sono 88 nuovi cittadini. E dietro quei numeri ce ne sono altri che mancano.

Una Repubblica può avere i conti in ordine, crescere economicamente e costruire nuove opportunità. Ma se progressivamente smette di avere figli, prima o poi dovrà fare i conti con una domanda molto più semplice e molto più scomoda: chi sarà San Marino tra venti o trent’anni?

La legge che arriva in Consiglio non può dare da sola quella risposta.

Può però essere un primo pezzo della risposta. E, soprattutto, può costringere il Paese a cominciare a farsi seriamente la domanda.