di Gerardo Giovagnoli
Leggendo spesso i contenuti di approfondimento che Insider, con grande merito, pubblica, mi son imbattuto nell’ultimo contributo di Michele Muratori. Incentrato sulle grida inascoltate e le nuove devianze giovanili, pone al centro dell’attenzione molte valide considerazioni, ma su una in particolare mi permetto di dissentire: quella sul considerare proibizionismo vietare i social network ai minori.
Il tema mi induce però ad una riflessione sul valore della libertà, che proporrò in seguito.
Avvio il ragionamento cercando di spiegare perché non vi è alcuna tema di limitazione delle libertà nell’imporre il divieto pocanzi citato: sono vietate al minore la consumazione di alcolici, la guida di automobili, il porto d’armi, etc.
Il criterio infatti, in caso di minore, è se l’uso di un dato strumento può costituire un danno per sé o per gli altri, vista la condizione di non maturità presunta o quella di un necessario addestramento.
Il punto che intendo sottolineare è che il mondo dei social ricada proprio tra quelli il cui utilizzo richieda raziocinio, quindi un’età conseguente ed un tirocinio.
Questo perché lo strumento è particolarmente subdolo, quindi pericoloso. Avere in mano un cellulare, guardare e scrivere, non pare affatto fonte di problemi, e ciò a differenza di tutti gli altri strumenti che hanno una specifica e limitata funzione che rende chiaro il pericolo che si corre per sé e per gli altri. L’Alcool fa male all’organismo, la pistola la si usa per un solo motivo, l’automobile è chiaro che può fare danni o uccidere, il telefonino no, ha una miriade di funzioni, ed i social pure, ed è proprio difficile distinguere tra effetto buono e cattivo nel suo utilizzo, che sia passivo o attivo.
Ogni volta che la tecnologia mette a disposizione un apparato che prima non esisteva, si crea anche una possibilità, quindi una libertà aggiuntiva, che prima non c’era, e con essa anche quella di rivolgerla contro qualcuno.
Ecco perché, per me senza dubbio, serve una regolamentazione.
Una causa conclusa il 26 agosto negli Stati Uniti, mossa da un gruppo bipartisan di stati, accusava META di aver progettato applicazioni come Instagram e Facebook per creare dipendenza compulsiva nei giovanissimi, ingannando il pubblico sulla loro sicurezza. Per evitare una probabile condanna, l’azienda di Zuckerberg, ha accettato un accordo extra-giudiziale per una cifra vicina ai 17 miliardi di dollari dilazionati in dieci anni, destinati a finanziare iniziative per la salute mentale e la sicurezza online dei giovani. Una parte dei fondi del maxi-accordo è inoltre vincolata all’adozione di regole simili anche da parte di altre piattaforme concorrenti.
Con ogni evidenza, se negli USA, luogo in cui nascono i social, e la cui amministrazione difende a spada tratta la non regolamentazione – anzi vorrebbe che neppure si facesse in Europa – può avvenire una sostanziale condanna come questa, mi aspetto una valanga di cause in giro per il mondo.
Insomma, il tema si pone.
Anche perché, di nuovo in maniera differente rispetto agli esempi di strumenti pericolosi presentati prima, i social non sono un prodotto passivo, e non seguono la volontà del proprietario: essi ci studiano, ci indirizzano, ci mostrano elementi di cui fruiamo che spesso non decidiamo consapevolmente, anzi i criteri per i quali si crea la sequenza di contenuti che vediamo, dipendono da valutazioni commerciali e emotive, con lo scopo chiaro di farci passare più tempo possibile sulla piattaforma.
Questo vale ancor di più in riferimento all’Intelligenza Artificiale che crea una nuova libertà, quella di non scrivere personalmente quello che si pubblica, di non studiare, di non pensare, di non informarsi, quindi avere molto più tempo libero, perché quei compiti che prima venivano svolti dal senziente vivente, vengono svolti dal computante immortale.
Già ho scritto un articolo su questa testata dei rischi per la democrazia rappresentati dall’IA e dall’alleanza tra l’oligarchia dei pochi suoi proprietari ed il potere politico, qui invece il tema che si pone è quello della sostituzione dell’IA all’esperienza umana.
Senza dubbio essa può essere interpellata utilmente per migliorare le proprie di competenze, avere più informazioni, poter decidere con più cognizione, ma di base serve aver appreso l’abilità di saper discernere, di giudicare, di verificare autonomamente, di ragionare.
Se invece lasciamo alla prossima generazione la libertà di dipendere dall’IA, essa diventa una schiavitù, non una liberazione.
Questo vale anche per le reti sociali digitali, se viene concesso ai minori di passare un tempo significativo davanti al ciuccio elettronico – indubbiamente comodo per i genitori – il risultato può essere quello di ammaestrare, senza apprendere, a diventare consumatore, a trasformarsi in oggetto di un algoritmo il cui unico scopo è quello di soddisfare i suoi proprietari, ovvero tutto il contrario dell’espressione di una libertà. L’IA ha tutte le caratteristiche per essere definito quello strumento artificiale, non umano, che conosce meglio noi, di quanto noi conosciamo lui. Niente di ciò era possibile in precedenza, nemmeno lontanamente.
Una volta erano i governi o i regnanti a trovarsi nella posizione di stabilire cosa era la libertà (altrui). Carlo I Stuart, affetto da assolutismo, declinò così il significato di libertà: “Per il popolo, desidero veramente la sua libertà e la sua franchigia quanto chiunque altro; ma devo dirvi che la loro libertà consiste nell’avere un governo, in quelle leggi grazie alle quali la loro vita e i loro beni possano essere al massimo di loro proprietà. Essa non consiste nell’avere una quota nel governo, cosa che non spetta a loro. Un suddito e un sovrano sono cose completamente diverse”.
Giustamente gli inglesi gli tagliarono la testa nel 1649 (come peraltro fecero con Cromwell che ne favorì la condanna a morte).
Quale uso della libertà, oggi
Ora nessun governante o regnante europeo si sognerebbe, per fortuna, di associare la libertà alla sudditanza, ma ci troviamo nella situazione in cui, se non adeguatamente formati, ci ritroveremo a fraintendere la libertà con l’ossequio all’algoritmo, con l’aggravante che esso non ha nemmeno una testa da decapitare e non risiede, per ora, nemmeno in Europa, sta dall’altra parte del mondo e non risponde a nessuno se non ai suoi programmatori, e, a volte, neppure a quelli.
Insomma, la questione è essere preparati ad usare la libertà e non per un fine in sé, ma al fine della felicità propria e quella altrui, o quantomeno ad evitare che si determini la loro negazione.
Nonché imparare a pensare prima di scrivere, ovvero a collegare il cervello prima che le emozioni prendano il sopravvento, trasformandosi in un giudizio, spesso una condanna altrui.
La mia generazione, quella adolescente negli anni ‘80, è stata l’ultima ad avere la necessità di studiare i manuali di istruzioni per adoperare gli strumenti tecnologici dell’epoca: dal videoregistratore, all’automobile, dal televisore al computer, toccava fare lo sforzo di avvicinarsi noi alla tecnologia, più che il contrario. Il computer addirittura necessitava della conoscenza di un linguaggio per funzionare, che fosse il DOS o il BASIC per indicare quelli più noti. Poi è arrivato il concetto di “facile da usare”. Siamo arrivati ad oggi, abbiamo in mano uno strumento che riassume in sé decine e decine di funzioni e non abbiamo una pagina di manuale, tutto è molto intuitivo.
Cosa continua a non esserlo invece è il controllo delle emozioni, la comprensione del comportamento umano – compreso quello del proprio vicino – l’utilizzo del tempo a nostra disposizione con profitto, in generale l’effetto del nostro comportamento sull’universo umano fuori di noi, ammesso e non concesso di capire almeno quello su noi stessi.
L’immediatezza dell’interfacciamento col cellulare, la disintermediazione totale tra pulsione e diffusione di quello che sentiamo, la velocità del processo, compulsivo, rende molto più probabile di prima l’effetto negativo di una nostra semplice azione come quella della scrittura di un commento o dalla visione di un contenuto violento o osceno, senza che magari ci sia nessun intento specifico.
Marshall McLuhan aveva capito il problema precorrendo i tempi: “il medium È il messaggio”, diceva nel 1964.
Ovvero che lo strumento che usi per comunicare influenza il tuo modo di pensare molto più delle parole o delle immagini che trasmetti, non conta solo cosa diciamo (la notizia, la storia, l’idea), ma con quale mezzo tecnologico (la TV o la radio all’epoca), perché esso modella la nostra mente e la società. Egli capì che ogni nuovo mezzo cambia le nostre abitudini, il nostro tempo e il nostro comportamento, a prescindere da ciò che guardiamo o ascoltiamo.
E questo veniva detto quando non esisteva la possibilità di comunicare di tutti, con tutti. La comunicazione al tempo era per forza unidirezionale, dal trasmettitore al ricevitore, a parte il telefono che però era solo bilaterale.
