Sono 9.329 i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane a settembre 2026. Un terzo di loro si trova in detenzione amministrativa, cioè imprigionato per ragioni di sicurezza senza un’accusa penale e senza processo. Altri 1.393, provenienti da Gaza, sono trattenuti come «combattenti illegittimi», che è a sua volta una forma di detenzione amministrativa. I numeri li ha messi in fila mercoledì Neil Tobin, vicedirettore dell’Ufficio dell’Onu per i Diritti Umani in Palestina, intervenendo alla 63esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani.
«L’uso sistematico della detenzione amministrativa, su basi di sicurezza senza accusa penale né processo, continua a esporre i detenuti palestinesi a prolungata privazione arbitraria della libertà, tortura e altri maltrattamenti e sparizione forzata», ha dichiarato Tobin.
Il passaggio più pesante riguarda però chi in carcere è morto. Secondo l’Ufficio Onu, dall’ottobre 2023 sono 92 i palestinesi deceduti in custodia israeliana. Fra i casi documentati c’è quello di Walid al-Basha, morto nel marzo 2025 a diciassette anni.
Su questo Tobin ha usato parole che valgono come richiamo di responsabilità: «A meno che ogni morte non sia oggetto di un’indagine conforme agli standard internazionali, Israele rimane responsabile per ogni decesso in custodia».
La detenzione amministrativa è uno strumento previsto dalla normativa militare applicata nei Territori occupati: consente di trattenere una persona sulla base di materiale classificato che né il detenuto né il suo avvocato possono vedere, per periodi rinnovabili senza un limite complessivo. È da anni al centro delle critiche degli organismi internazionali per i diritti umani proprio perché sospende il diritto a sapere di cosa si è accusati e a difendersi davanti a un giudice.
Le cifre e le valutazioni riportate sono quelle diffuse dall’Ufficio dell’Onu per i Diritti Umani in Palestina nel suo intervento al Consiglio dei Diritti Umani.
