In Italia c’è gente che prende la propria carta d’identità, la incide con precisione chirurgica e le toglie il microchip per non farsi tracciare.
Il risultato è una denuncia per falso, il documento sequestrato e 22 euro per rifarlo.
Con il chip. L’ultimo allarme arriva da Acerra, nel Napoletano, dove i carabinieri hanno trovato tre carte “decapitate” in pochi giorni: e il sospetto è che dietro la moda non ci siano più soltanto i complottisti, ma anche chi quei chip li ricicla per le frodi d’identità.
La scena madre è di fine settembre e arriva da Carini, in provincia di Palermo.
Un trentatreenne entra in caserma per denunciare lo smarrimento del libretto dell’auto.
Gli chiedono un documento, lui porge la carta d’identità. Senza chip. È entrato da denunciante, è uscito da denunciato.
Perché quel chip mancasse non è stato reso noto, e per lui vale la presunzione di innocenza.
Ma la scena spiega il fenomeno meglio di un trattato: chi mutila il documento per passare inosservato è l’unico che, al primo controllo, si fa notare.
Non è un caso isolato.
A Genova le forze dell’ordine hanno sequestrato decine di carte senza chip. Denunce sono arrivate dal Mantovano, dal Cuneese, dalle Marche e dall’Irpinia, dove i carabinieri di Baiano ne hanno contate tre in pochi mesi.
Sono gli stessi militari a dire che in alcuni casi il gesto nasce dalla volontà di sottrarsi a presunti “tracciamenti” digitali.
Il guaio è che quel chip non traccia nessuno. Non ha Gps, non ha batteria, non ha una sim, non si collega a internet.
Dorme finché qualcuno non lo avvicina a pochi centimetri da un lettore, e anche allora serve un codice stampato sulla tessera.
È la stessa tecnologia del passaporto e della carta con cui si paga il caffè, che però nessuno si sogna di passare al taglierino.
E non è un adesivo: è annegato nel policarbonato, per estrarlo ci vogliono mano ferma e parecchia convinzione.
Il localizzatore vero, intanto, sta nell’altra tasca.
Ha il Gps, la batteria, la sim, il microfono e la fotocamera, sa dove siamo stati ieri sera e ce lo siamo comprato da soli.
È lo stesso apparecchio su cui da anni girano le teorie sul chip che ci spia.
Tagliare la tessera, poi, non cancella nulla: nome, indirizzo e fotografia restano negli archivi dell’anagrafe, dove li ha portati il titolare in persona.
Si perde solo quello che serviva a lui: l’accesso ai servizi online, i varchi automatici in aeroporto, le pratiche in banca.
E dal 14 agosto si guadagna una certezza. La Cassazione ha stabilito che il microchip è «un elemento essenziale» della carta e che toglierlo significa alterarla: falsità materiale commessa da privato, un reato che vale fino a due anni.
La carta viene sequestrata, se ne chiede una nuova, costa 22,21 euro. Indovinate cosa c’è dentro.
Poi c’è il capitolo meno folkloristico.
I carabinieri di Acerra non escludono che i chip, tolti con tagli troppo precisi per essere casuali, diventino una sorta di «pezzo di ricambio» per identità contraffatte.
La Procura di Genova ha ipotizzato un mercato in cui c’è chi il proprio chip lo cede dietro compenso. Sono piste, non certezze, e gli stessi militari precisano che i tre casi potrebbero non essere collegati. Ma per il complottista il bilancio è notevole: voleva sfuggire al Grande Fratello ed è finito nella stessa casistica dei truffatori.
Con un dettaglio: secondo il Ministero dell’Interno le impronte digitali stanno solo in quel chip, non in altre banche dati. L’unica copia era in tasca sua. Adesso dov’è?
Sul Titano, per inciso, la carta d’identità ha il microprocessore per decreto e costa 30 euro: quasi otto più che in Italia. Fare i ribelli col taglierino, in Repubblica, sarebbe pure più caro.
La carta d’identità non ha mai seguito nessuno.
Per farsi seguire dai carabinieri, invece, basta toglierle il chip.
