Una banana che, una volta sbucciata e tagliata, resta gialla e appetibile per un giorno o due in più, e ancora di più se tenuta in frigo. L’ha sviluppata Tropic, azienda di biotecnologie agricole di Norwich, nel Regno Unito, e la scorsa settimana il ministero dell’Ambiente britannico ha approvato la notifica di commercializzazione, riconoscendole lo status di prodotto ottenuto con «riproduzione di precisione». Manca ancora la valutazione dell’agenzia per la sicurezza alimentare, poi potrà arrivare sugli scaffali.
Sembra una curiosità da banco frigo. È invece una notizia che riguarda molto più di un’insalata di frutta. Secondo la FAO, banane e platani sono coltura base per la sicurezza alimentare di 400 milioni di persone, vengono coltivati in oltre 135 Paesi e rappresentano una fonte di reddito essenziale in buona parte del mondo in via di sviluppo. Ogni frutto che marcisce prima di arrivare a destinazione è cibo tolto a chi ne ha bisogno e reddito tolto a chi lo ha prodotto.
La stessa azienda sostiene che la varietà non annerente possa ridurre di oltre il 25 per cento gli sprechi alimentari e le emissioni di CO2 equivalente lungo la filiera, con un taglio potenziale di oltre nove milioni di tonnellate di CO2 nel solo mercato dell’export. Sono stime del produttore, ma l’ordine di grandezza del problema è reale: uno studio del governo britannico ha calcolato che nel solo Regno Unito vengono buttate 1,4 milioni di banane commestibili al giorno, e che il 30 per cento dei consumatori ne ha gettata una per una semplice ammaccatura o una macchia scura sulla buccia.
Tecnicamente il risultato è stato ottenuto con la tecnica Crispr-Cas9, modificando tutte e tre le copie di un singolo gene per ridurre la produzione di polifenolossidasi, l’enzima responsabile dell’imbrunimento. Non è organismo geneticamente modificato nel senso classico, perché non contiene DNA di specie non imparentate: la regola è che lo status di riproduzione di precisione venga riconosciuto solo quando la modifica avrebbe potuto essere ottenuta anche con l’incrocio tradizionale.
C’è però un capitolo ancora più importante per i produttori più fragili, e riguarda le malattie. L’ottanta per cento circa della produzione mondiale di banane si basa su varietà vulnerabili al Fusarium TR4, il fungo della cosiddetta malattia di Panama, che si sta diffondendo dall’Asia verso l’Africa orientale e nel 2019 è arrivato in America Latina. Come ha spiegato la FAO, una volta che il fungo entra in una piantagione non lo si elimina più: «In pratica bisogna bruciare la piantagione». A pagarne il prezzo sono soprattutto i piccoli coltivatori, che non hanno le risorse per affrontarla.
La stessa Tropic sta sviluppando una varietà resistente sia al TR4 sia alla Sigatoka nera, con lancio commerciale annunciato per il 2027. La banana che non annerisce, intanto, ha già ottenuto l’approvazione in dieci Paesi fra cui Giappone, Brasile e Filippine, ed è già coltivata in America Latina.
