«Dove sono le piante?». La domanda di Matteo Casali riguarda Via Paolo III, dove nel 2019 un’Istanza d’Arengo chiedeva di ripiantumare gli alberi abbattuti e dove, sette anni dopo, non è stato piantato nulla. Ma è servita al consigliere di Repubblica Futura per aprire il tema che ha attraversato tutta la seduta pomeridiana della Commissione Consiliare IV di mercoledì: che cosa succede alle Istanze d’Arengo dopo che il Consiglio Grande e Generale le ha approvate.
Il comma prevedeva l’esame di una trentina di istanze, alcune vecchissime. Casali l’ha definita, «scherzosamente ma neanche troppo», una «rottamazione delle istanze più vecchie». «Quando un’istanza viene approvata bisogna poi darle attuazione, altrimenti significa prendere in giro i cittadini», ha detto.
Su Via Paolo III il consigliere ha poi aperto un capitolo politico. La vicenda del 2019 riguardava tre pini malati, con l’apparato radicale compromesso secondo la valutazione degli uffici competenti. «Ma allora l’opposizione aveva bisogno di individuare un untore, che era il Segretario di Stato competente Augusto Michelotti, peraltro persona con una storia personale di grande sensibilità verso l’ambiente. Si costruì una campagna politica che portò persone a legarsi agli alberi e bambini a piangere per l’abbattimento delle piante». E poi, ha proseguito, «quando le stesse forze politiche e alcuni degli stessi protagonisti di quella battaglia sono arrivati al Governo e alla Segreteria di Stato per il Territorio, nessuno è andato a ripiantumare Via Paolo III».
Casali non ha risparmiato nemmeno le associazioni: «Sono anche personalmente infastidito da quelle associazioni che nel 2019 si mobilitavano per difendere pini malati, mentre nel 2025 arrivano a presentare istanze per tagliare alberi perfettamente sani davanti alla Porta del Paese semplicemente perché ostacolano la vista del panorama». A distanza di anni, ha aggiunto, l’intervento di allora si è rivelato corretto: il percorso pedonale è diventato fruibile, il pericolo è stato risolto e il diradamento ha permesso ai tigli rimasti di svilupparsi meglio.
Aida Maria Adele Selva del Pdcs, che ha lavorato all’Ufficio Agrario, ha riportato la discussione sul piano tecnico: quando l’Ufficio stabilisce che una pianta non è più sicura, va abbattuta. «C’è poi una contraddizione che purtroppo vediamo molto spesso nella società di oggi: tutti vogliamo il verde, ma poi il verde dà fastidio», ha osservato, proponendo che le future ripiantumazioni si orientino verso specie autoctone, capaci di garantire ombra e assorbimento di CO2 ma meno problematiche per pavimentazioni e arredo urbano.
Il Segretario di Stato per il Territorio e l’Ambiente Matteo Ciacci ha chiuso confermando che la ripiantumazione nello stesso punto «sarà molto complessa da realizzare» e «probabilmente non sarà materialmente possibile nelle modalità originariamente immaginate». Quello che si farà, in accordo con la Giunta di Castello, è completare il marciapiede di Via Paolo III, nel tratto che da Via Felicissima arriva all’edificio dell’Ufficio del Turismo e prosegue verso lo Stradone.
Stessa sorte per un’altra istanza, quella del 2021 per un parco in ricordo delle vittime del Covid. «Parliamo di una ferita che il Paese porta ancora con sé e che merita rispetto», ha premesso Ciacci, limitandosi a dire a che punto sono le cose: due ipotesi sul tavolo, un parco nell’area del Casale La Fiorina oppure uno spazio sotto il Centro Uffici, con preferenza personale per la prima, dove è in programma un intervento più ampio che comprende l’ampliamento della struttura per anziani e il nuovo hospice.
Casali si è associato al pensiero del Segretario, ma ha rilanciato: «Teoricamente, oggi avremmo dovuto sentirci dire: il parco è stato realizzato in quel luogo, sono state piantate quelle alberature e il progetto è stato completato. Invece ancora una volta siamo qui a ragionare su ipotesi future». Da qui la richiesta che la Commissione per le riforme istituzionali affronti il funzionamento dell’istituto: «Le Istanze d’Arengo non devono essere ridotte o depotenziate, non bisogna tarpare le ali a uno degli strumenti più importanti della nostra tradizione democratica. Forse, però, bisogna renderle più specifiche e più mirate e, soprattutto, una volta che vengono approvate non possiamo limitarci a fare due chiacchiere qualche anno dopo in Commissione e considerare così chiusa la questione».
Il ragionamento è tornato anche su altri commi. Sul fine vita, l’Istanza d’Arengo del 2020 sulle disposizioni anticipate di trattamento ha prodotto un progetto di legge di iniziativa popolare che attende ancora la seconda lettura in Consiglio: sei anni. «La politica, troppo spesso, rincorre», ha commentato Casali. Guerrino Zanotti di Libera ha riconosciuto «una certa inerzia» e auspicato l’approvazione definitiva in tempi brevi, mentre Emanuele Santi di Rete ha chiesto che il testo arrivi già nella prossima sessione consiliare.
