Intervento di Gerardo Giovagnoli nella seduta del Consiglio Grande e Generale del 15 aprile 2026.
Gerardo Giovagnoli (PSD): Vorrei fare un ragionamento più generale su ciò che il mondo sta vivendo in questo momento, anche alla luce delle elezioni in Ungheria, alle quali ho partecipato come osservatore insieme al collega Muratori e che hanno rappresentato un passaggio storico destinato a essere ricordato a lungo. Al di là delle posizioni politiche, c’è oggi una parte della politica e delle leadership mondiali che utilizza il linguaggio non per risolvere i problemi o trovare sintesi, ma per mettere gli uni contro gli altri e, in questo gioco, mantenere o aumentare il proprio potere. Questo è il gioco che fa Trump, bisogna dirlo chiaramente. Se oggi molti difendono la posizione del Papa Leone è perché qualcuno lo ha attaccato, e questo qualcuno sembra provenire da un’altra epoca, quando il potere politico pretendeva di rappresentare anche quello religioso. Il limite da non oltrepassare non riguarda le idee o le posizioni politiche, ma la legittimità dell’altro a esprimerle. Questa è la differenza tra un sistema liberale e uno illiberale. Se la democrazia non è capace di tracciare questa linea, allora semplicemente non esiste più. In Ungheria ci si è andati molto vicini, perché dopo sedici anni di governo Orbán aveva concentrato nelle sue mani gran parte del potere politico, mediatico e istituzionale, con una maggioranza tale da modificare da solo la Costituzione. Se avesse vinto ancora, probabilmente si sarebbe compiuto il passaggio verso un sistema in cui nessun altro avrebbe potuto vincere. Si è arrivati al limite, ma quel limite non è stato superato, perché qualcun altro ha potuto vincere. Questo non accade in altri Paesi, e qui sta la differenza. Mi riferisco a realtà come Russia, Azerbaigian, Georgia, forse anche Israele, dove ci si chiede se sia ancora possibile un cambiamento democratico. L’Ungheria ha dimostrato che non era ancora arrivata a quel punto: è stato possibile che una forza relativamente nuova emergesse e vincesse democraticamente, con una partecipazione popolare molto alta e senza scontri. L’Ungheria era un caso al limite, perché la sua leadership dichiarava posizioni critiche verso l’Unione Europea e ambigue rispetto ad altri scenari internazionali, ma restava comunque all’interno dell’Unione, con tutte le conseguenze di questo. E proprio qui sta la differenza: anche quando uno Stato esprime posizioni fortemente contrarie, non viene espulso, non gli viene tolto il diritto di esprimersi o di votare. Questo è il modello europeo. Si può litigare, anche duramente, ma non si nega all’altro il diritto di esistere politicamente. È questo il nucleo della democrazia: la possibilità di cambiare i governi attraverso il voto, senza dover ricorrere a rivoluzioni o a forzature. Mi chiedo se negli Stati Uniti non si stia arrivando vicino a quel limite. Il loro presidente rappresenta, a mio avviso, un problema serio per quel Paese, così come lo è Netanyahu. Non si tratta solo di contrastare politicamente queste posizioni, ma di prendere atto che stanno generando un livello di conflitto, risentimento e odio tale da costringere anche governi tradizionalmente alleati a prendere le distanze. Questo è un fatto storico di cui non è ancora possibile valutare pienamente le conseguenze, ma che sembra indicare una direzione: queste leadership stanno tirando talmente la corda che la reazione, inevitabilmente, sarà quella di volerle mandare a casa.




