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Attualità

Attacchi anonimi sulla stampa, Zonzini: “Colpire dietro pseudonimo? Una buona dose di vigliaccheria”

“Chi giudica gli altri accetti, almeno, di dire come si chiama”. Giovanni Zonzini, consigliere e segretario di Rete, mette al centro della sua lettera aperta agli operatori dell’informazione gli attacchi personali pubblicati senza firma.

Il punto di partenza sono gli interventi di un editorialista anonimo su Serenissima Sera. Ma Zonzini allarga il discorso: chi legge deve poter sapere chi scrive, per valutarne credibilità ed eventuali interessi.

“Si rivendica il diritto di esprimere qualsiasi giudizio sul conto altrui, ma ci si guarda bene dall’offrire agli altri la possibilità di fare altrettanto. Una concezione della libertà di critica piuttosto comoda, bisogna riconoscerlo”.

Di seguito il suo intervento integrale.

Con preghiera di pubblicazione
LETTERA APERTA AGLI OPERATORI DELL’INFORMAZIONE

Da qualche giorno un anonimo editorialista si dedica, dalle colonne di «Serenissima Sera», a una serie di attacchi personali nei miei confronti.

Non intendo tornare sul merito delle sue considerazioni, alle quali ho già avuto occasione di replicare.

Mi interessa, piuttosto, cogliere l’occasione per soffermarmi su una questione che ritengo assai più generale: l’utilizzo dell’anonimato per condurre attacchi ad hominem sulla stampa.

Non ho alcuna difficoltà ad accettare non solo le critiche più severe, ma anche gli attacchi personali, come elementi legittimi del dibattito democratico.

Mi riesce invece difficile comprendere per quale ragione chi pretende di sottoporre gli altri al pubblico giudizio (quando non al pubblico ludibrio) pretende di sottrarre al medesimo scrutinio la propria identità.

A mio avviso, c’è anche una buona dose di vigliaccheria nel pretendere di colpire pubblicamente qualcuno senza avere il coraggio di dichiarare chi si è.

Si rivendica il diritto di esprimere qualsiasi giudizio sul conto altrui, ma ci si guarda bene dall’offrire agli altri la possibilità di fare altrettanto.

Una concezione della libertà di critica piuttosto comoda, bisogna riconoscerlo.

Non è una questione secondaria, né soltanto una faccenda di buona educazione.

Dietro uno pseudonimo può celarsi chiunque: un giornalista, un avversario politico, qualcuno mosso da interessi personali o, perché no, un individuo la cui reputazione sarebbe sufficiente a privare di ogni autorevolezza le sue parole.

Il punto, dunque, non riguarda soltanto chi viene attaccato, ma soprattutto chi legge.

Conoscere l’identità di chi scrive permette di valutarne la credibilità, le competenze, gli eventuali interessi e, non da ultimo, la coerenza tra ciò che predica e ciò che pratica.

L’anonimato priva i lettori di questi elementi, chiedendo loro di accordare fiducia a un autore del quale non sanno assolutamente nulla.

Naturalmente, esistono circostanze nelle quali l’anonimato è non soltanto legittimo, ma persino necessario.

Penso a chi denuncia illeciti, abusi o prevaricazioni, esponendosi al rischio di ritorsioni.

Sarebbe però singolare confondere la tutela di queste persone con la scelta di nascondere il proprio nome per dispensare giudizi e insinuazioni sul conto altrui.

Non propongo, beninteso, di proibire gli pseudonimi, né di imporre per legge la firma in calce a ogni articolo.

Credo però che le redazioni debbano interrogarsi sull’opportunità di offrire le proprie colonne a chi, pur pretendendo (legittimamente) la massima trasparenza dagli altri, non è disposto a garantire nemmeno quella relativa alla propria identità.

Vi è, in tutto questo, una contraddizione che trovo particolarmente curiosa: da chi esercita funzioni pubbliche si pretende, giustamente, di rendere conto delle proprie scelte, delle proprie attività e persino (come nel mio caso) della propria vita privata e professionale.

Chi si incarica di giudicarlo, invece, pretende di farlo al riparo di una firma di fantasia, senza che nessuno possa conoscere il suo passato e i suoi interessi.

Non mi pare un grande servizio alla trasparenza.

La libertà di stampa comprende certamente il diritto di criticare, di polemizzare e persino di essere sgradevoli.

Non vedo però per quale ragione dovrebbe comportare anche la pretesa di sottrarre sistematicamente gli autori al giudizio dei lettori.

Mi auguro, dunque, che questa vicenda possa offrire l’occasione per una riflessione più ampia sulle pratiche dell’informazione sammarinese.

Non perché gli attacchi personali debbano essere vietati, ma perché sarebbe auspicabile che chi li conduce si assumesse pubblicamente la responsabilità – politica e morale – delle proprie parole.

In fondo, si tratta di una richiesta piuttosto modesta: che anche chi giudica gli altri accetti, almeno, di dire come si chiama.

Giovanni Maria Zonzini

Attacchi anonimi sulla stampa, Zonzini: “Colpire dietro pseudonimo? Una buona dose di vigliaccheria”