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Attualità

Accende l’iPhone durante la lite nello spogliatoio, finisce a processo: assolto

Una discussione per un motivo da poco, gli animi che si scaldano nello spogliatoio e il cellulare che comincia a registrare. Una scena durata pochi istanti, ma sufficiente per far partire una querela e portare un fotografo professionista riminese davanti al giudice con l’accusa di interferenze illecite nella vita privata.

Il caso si è chiuso lunedì 6 ottobre davanti al gup del Tribunale di Rimini Raffaella Ceccarelli, che ha assolto l’imputato con la formula «perché il fatto non sussiste».

Tutto comincia il 7 giugno 2024, nello spogliatoio maschile del circolo tennis e padel di via Forlimpopoli, a Riccione. Tra due frequentatori della struttura scoppia un battibecco. Il motivo è banale, ma in poco tempo la discussione degenera: le voci si alzano e partono gli insulti.

A quella scena assiste anche il futuro imputato. Vedendo la situazione farsi sempre più accesa, prende il suo iPhone e avvia la videocamera, registrando urla e parole che volano nello spogliatoio. Nell’inquadratura, per una frazione di secondo, compare anche uno dei due litiganti, in quel momento a torso nudo.

La questione non finisce lì. Quel video viene infatti successivamente inoltrato via WhatsApp ad alcuni frequentatori del circolo. Uno dei protagonisti della lite decide così di rivolgersi alla giustizia e il 4 settembre dello stesso anno presenta querela.

Per il fotografo scatta l’accusa prevista dall’articolo 615 bis del codice penale, che punisce le interferenze illecite nella vita privata. In sostanza, gli viene contestato di aver ripreso senza consenso immagini e audio riguardanti la sfera privata dell’uomo all’interno dello spogliatoio e di avere poi diffuso la registrazione.

L’imputato, difeso dagli avvocati Alessandro Catrani e Francesca Lotti, sceglie il rito abbreviato condizionato. Per ricostruire esattamente il contesto nel quale era stato realizzato il filmato vengono acquisiti agli atti il regolamento del circolo e alcune fotografie dello spogliatoio. Entra nel procedimento anche la testimonianza raccolta dalla difesa durante le indagini difensive.

All’udienza del 6 ottobre arriva un passaggio significativo: la stessa Procura chiede l’assoluzione, ritenendo che il fatto non costituisca reato. La parte civile sostiene invece la tesi opposta e sollecita la condanna dell’imputato, oltre al risarcimento dei danni.

Il gup arriva infine all’assoluzione, ma con una formula ancora più netta: il fatto non sussiste.

Si chiude così un procedimento nato da pochi secondi di video girati con un cellulare, ma che ha portato sul tavolo una questione giuridica tutt’altro che banale: la tutela della vita privata all’interno di uno spogliatoio e i confini entro i quali una registrazione effettuata in un ambiente del genere può avere rilevanza penale.

«Io e la collega Lotti siamo ovviamente molto soddisfatti per l’ampia assoluzione del nostro assistito – commenta l’avvocato Alessandro Catrani – una decisione che risulta molto interessante anche dal punto di vista giuridico circa l’esatta portata del concetto di luoghi di privata dimora e i limiti dell’acquisizione, in essi, di videoriprese e audio attinenti la vita privata mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva e sonora (telefono smartphone)».