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Attualità

“Ogni giovane anima è irripetibile”: il saluto dei professori a Riccardo Gualtieri

Gli insegnanti della scuola superiore di San Marino ricordano Riccardo Gualtieri. Nella lettera dedicata al diciottenne morto in seguito a un incidente domestico nella sua abitazione di Verucchio, i docenti della scuola superiore di San Marino raccontano lo studente che avevano conosciuto tra i banchi e riportano le sue riflessioni sulla letteratura, sull’indifferenza e sui rapporti con gli altri. Riccardo frequentava il quinto anno del liceo scientifico.

“Carissimo Riccardo, noi, tuoi insegnanti, in questo momento più che mai pieni di pensieri e a corto di parole, vorremmo soprattutto ringraziarti per come hai saputo essere UNICO nel tuo essere umano e studente”, scrivono. Il ricordo diventa anche una riflessione sul loro rapporto con gli alunni: “Grazie per averci ricordato, ancor più e ancor meglio, che ogni giovane anima seduta al banco davanti a noi è unica, originale, speciale e irripetibile. Grazie per averci ricordato che non è giusto, anzi è sciocco, pretendere studenti uniformati ad uno stampo”.

I compagni hanno lasciato sul suo banco le parole “Genio incompreso”. Gli insegnanti raccontano di aver riletto in questi giorni gli elaborati di Riccardo, ritrovandovi aspetti della sua personalità: “Noi insegnanti abbiamo avuto forse la fortuna di poterti comprendere un po’ di più, il privilegio di trovare più di una porta aperta per entrare nel tuo mondo, rileggendo in questi giorni i bellissimi temi che scrivevi in classe”.

Nel messaggio ricordano un ragazzo appassionato di scienza, letteratura e filosofia, accompagnato dalla musica nei suoi interessi. “C’era un mondo, dentro di te, Riccardo. Un mondo da te gelosamente custodito, dietro la tua frangia e i tuoi occhi azzurri, così pieni di luce. C’era il TUO mondo, fatto di tanti interessi, colorato dalle tue passioni per la scienza, la letteratura e la filosofia, e sempre attraversato dalla musica”.

Tra i ricordi scolastici c’è la sorpresa per il suo apprezzamento di Manzoni, mentre in un testo si era definito un “assurdista”, seguace di Albert Camus. La lettera richiama poi Giacomo Leopardi, che i docenti immaginano avrebbe potuto amare per i suoi paradossi e per la tenacia nella ricerca della felicità.

Sono però le parole dello stesso Riccardo a occupare la parte conclusiva del saluto. “Ad alcuni passaggi di quei testi, alle tue parole, Riccardo, vorremmo lasciare spazio alla fine di questo pensiero in ricordo di te. Le consideriamo un vero dono per tutti noi”, spiegano gli insegnanti.

Sul significato della scrittura, lo studente aveva scritto: “Scrivere può consentirci di lasciare qualcosa di noi che rimanga in eterno, o semplicemente essere un “divertissement” pascaliano. Si può scrivere anche perché si ha paura di vivere, perché quella nostra realtà, mondo, universo sono così limitati che si teme di non vivere davvero se non ci si affida alla penna. Si può scrivere per rallentare o velocizzare il tempo, per incidere un ricordo prezioso o esplorare un ipotetico mondo in cui si ha scelto di fare qualcos’altro, di iniziare da zero lasciando completamente libera l’inventiva”.

Affrontando l’indifferenza, Riccardo aveva messo a confronto la facilità di trascurare le cose con la soddisfazione di costruire e cercare un significato: “Per noi è molto più facile distruggere che costruire, trascurare che considerare, essere indifferenti e buttare tutto via piuttosto che essere inquisitivi; ma nessuna di queste prime opzioni si compara in alcun modo alla soddisfazione che ricaviamo dalle seconde. Così scrive Camus nel suo mito di Sisifo: per quanto la vita sia dura, un uomo può trovare significato all’interno di essa. Nonostante Sisifo sia condannato a trascinare un macigno su per una montagna per tutta l’eternità, il solo sforzo è in grado di scaldare il suo cuore di uomo. Perciò bisogna immaginare Sisifo felice.”

Un altro elaborato, dedicato alla canzone “Fango” di Jovanotti, contiene il suo racconto della solitudine e della timidezza: “Per me la solitudine è una condizione abbasta normale: non va stigmatizzata o vista in modo necessariamente negativo, ma nemmeno adottata in modo dogmatico come uno stile di vita. Dopotutto è vero che l’uomo è una creatura sociale, magari qualcuno più di altri. Io mi ritrovo spesso in solitudine, ma non sono triste: oltre al fatto che preferisco avere uno spazio personale per poter pensare e seguire i miei interessi indisturbato, se mai avessi voglia di socializzare – succede anche a me di volere la mia dose di attenzione e relazioni ogni tanto – conosco comunque persone a cui tengo e che hanno interessi simili ai miei, con cui vedermi. Devo però ammettere che sono anche un po’ timido. Rispetto agli anni passati lo sono molto meno, ma comunque non credo che la mia timidezza andrà mai via del tutto, anche perché in un certo senso la voglio come parte di me: è un aspetto caratteriale anche positivo, che – come dice la canzone “Ask” degli Smiths – ‘può trattenerti dal fare tutte le cose che vorresti fare’. Quindi – come cantano sempre gli Smiths in un altro loro brano, ‘Rusholme ruffians’ – ‘anche se tornerò a casa da solo, la mia fede nell’amore è ancora devota’”.

“Ogni giovane anima è irripetibile”: il saluto dei professori a Riccardo Gualtieri