Proseguono gli appuntamenti con il nuovo spazio di approfondimento a cura di Giulia Muratori, segretaria di Libera San Marino.
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Ci siamo convinti che il progresso tecnologico ci avrebbe reso più liberi, più informati, più capaci di comprendere il mondo.
Eppure, osservando ciò che accade intorno a noi, viene da chiedersi se non stiamo correndo il rischio di ottenere esattamente il contrario.
Ho visto il documentario Naza, che attraverso testimonianze dall’interno dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana racconta l’utilizzo di sistemi di sorveglianza e tecnologie avanzate nella guerra a Gaza.
È una di quelle visioni che lasciano addosso un’inquietudine difficile da allontanare.
I nostri telefoni, le nostre comunicazioni, le informazioni che produciamo quotidianamente possono diventare strumenti di controllo.
Tecnologie straordinarie, capaci di migliorare la nostra vita, possono essere utilizzate anche per sorvegliare, individuare e colpire altri esseri umani.
Ma ciò che sconvolge maggiormente è la progressiva perdita del valore della vita umana e la facilità con cui rischiamo di abituarci all’orrore.
La tragedia del popolo palestinese è sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo assistito alla distruzione di intere famiglie, alla morte di migliaia di bambini, alla devastazione di ospedali e abitazioni.
E troppo spesso la risposta della comunità internazionale è sembrata fermarsi alle dichiarazioni di preoccupazione.
La condanna degli attacchi terroristici di Hamas e la legittima esigenza di sicurezza del popolo israeliano non possono giustificare le violazioni del diritto internazionale e la sofferenza inflitta alla popolazione civile palestinese.
I diritti umani non possono valere soltanto per alcuni.
E il diritto internazionale non può essere applicato a seconda delle convenienze politiche o delle alleanze.
Abbiamo bisogno di leader capaci di assumersi responsabilità, anche quando è scomodo.
Di utilizzare concretamente gli strumenti della diplomazia e del diritto internazionale, di difendere i civili e di chiedere che ogni violazione venga accertata e perseguita.
Perché l’indifferenza, soprattutto da parte di chi ha il potere di agire, non può diventare una risposta accettabile.
Ma mentre osserviamo ciò che accade nel mondo, dovremmo avere il coraggio di guardare anche alle nostre società.
Viviamo nell’epoca in cui tutti possono esprimere un’opinione, ma sembra diventare sempre più difficile accettare quella degli altri.
I social network hanno ampliato enormemente le possibilità di comunicazione, ma troppo spesso il confronto si trasforma in contrapposizione, il dissenso in un’offesa, chi la pensa diversamente in un nemico da screditare.
Stiamo costruendo un mondo sempre più diviso tra un “noi” e un “loro”.
La storia europea dovrebbe averci insegnato quanto siano pericolosi il disprezzo per il diverso, la propaganda, la costruzione del nemico e la normalizzazione della violenza.
Il fascismo e gli altri totalitarismi del Novecento non sono nati dal nulla: si sono affermati anche attraverso la progressiva erosione del pluralismo e delle libertà.
Il mondo di oggi è diverso, naturalmente.
Ma sarebbe un errore pensare che le conquiste democratiche siano irreversibili.
E c’è un’altra contraddizione che dovrebbe farci riflettere, anche guardando alla nostra piccola Repubblica.
Siamo continuamente connessi, eppure i luoghi del confronto reale si stanno svuotando.
Gli incontri pubblici e i momenti di formazione politica faticano a coinvolgere, soprattutto le nuove generazioni.
Esprimiamo giudizi in pochi secondi, ma siamo sempre meno disposti a dedicare tempo all’ascolto e all’approfondimento.
Sarebbe però troppo facile attribuire questa responsabilità ai cittadini o ai giovani.
Dobbiamo chiederci anche che cosa abbia fatto la politica per meritare ancora il loro tempo e la loro fiducia.
Forse abbiamo progressivamente sostituito la formazione con la comunicazione, il confronto con la ricerca del consenso immediato, la partecipazione con il numero di visualizzazioni sui social.
E allora la risposta non può essere soltanto la preoccupazione. Dobbiamo tornare ad agire.
Partendo dalla scuola, investendo nell’educazione civica, nella conoscenza della storia, nel pensiero critico e nella capacità di riconoscere la disinformazione.
Affrontando seriamente il tema delle nuove tecnologie, affinché siano strumenti al servizio delle persone e non mezzi di controllo sottratti a ogni responsabilità democratica.
Ma soprattutto ricostruendo occasioni di partecipazione autentica, nelle quali i cittadini, e in particolare i giovani, possano sentirsi ascoltati e contribuire davvero alle scelte collettive.
Non si tratta di riportare le persone agli incontri politici di una volta, ma di ripensare la politica perché tornino a sentire che vale la pena esserci.
Vorrei allora rivolgere un invito a tutte le forze politiche che si riconoscono nei valori dello Stato di diritto, della democrazia e della libertà: proviamo a tradurre questi principi in comportamenti e iniziative concrete.
Difendiamo il pluralismo anche quando a parlare è qualcuno che non condivide le nostre idee.
Contrastiamo le discriminazioni senza distinguere tra persone più o meno meritevoli di tutela.
Promuoviamo insieme occasioni di confronto e formazione democratica, anche al di fuori delle appartenenze partitiche.
E facciamo sentire con coerenza la voce di San Marino nelle sedi internazionali, perché le dimensioni del nostro Stato non ci esonerano dalla responsabilità di difendere i diritti umani, la pace e il diritto internazionale.
Non dobbiamo essere tutti d’accordo su ogni scelta politica.
Ma dovremmo essere capaci di riconoscerci in alcuni principi che vengono prima delle nostre appartenenze.
Ci preoccupiamo, giustamente, del futuro economico dei nostri figli, delle opportunità che avranno, del lavoro che troveranno.
Ma dovremmo preoccuparci con la stessa urgenza anche della qualità della democrazia che lasceremo loro.
Perché possiamo consegnare alle nuove generazioni un mondo tecnologicamente avanzato e apparentemente connesso, ma se avremo smarrito il rispetto per la vita umana, la libertà e la capacità di convivere con chi è diverso da noi, quale progresso avremo davvero realizzato?
La democrazia non è un’eredità garantita. È una responsabilità che ogni generazione deve scegliere di assumersi.
