La Corte Suprema degli Stati Uniti ha consentito all’amministrazione Trump di riprendere, almeno per ora, l’utilizzo della versione ampliata del database federale SAVE per verificare lo status di cittadinanza degli elettori. La decisione del 25 settembre sospende gli effetti di una precedente pronuncia di un tribunale federale che aveva bloccato le modifiche al sistema per problemi legati alla privacy. La causa proseguirà comunque nei tribunali inferiori.
Il Systematic Alien Verification for Entitlements (SAVE) è un programma gestito dal Dipartimento per la Sicurezza interna e utilizzato da decenni per controllare cittadinanza e status migratorio. Nel 2025 l’amministrazione Trump ne ha ampliato le funzioni, collegandolo anche a informazioni della Social Security Administration e permettendo alle autorità elettorali statali e locali di utilizzarlo per controllare le liste degli elettori. L’adesione degli Stati resta volontaria.
La pronuncia arriva a poche settimane dalle elezioni di midterm del 3 novembre. Il suo impatto immediato potrebbe però essere limitato: la legge federale pone infatti restrizioni alle cancellazioni sistematiche dalle liste elettorali nei 90 giorni precedenti un’elezione federale.
Contrari alla decisione i tre giudici Ketanji Brown Jackson, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan. Nel suo dissenso Jackson ha richiamato il rischio che informazioni non aggiornate possano portare a segnalare erroneamente come non cittadini anche elettori regolarmente aventi diritto al voto, in particolare persone naturalizzate.
Il contenzioso era stato promosso da organizzazioni tra cui la League of Women Voters, che contestano l’ampliamento del database sostenendo che violi le norme federali sulla tutela dei dati personali. Con l’intervento della Corte Suprema, SAVE torna dunque utilizzabile mentre resta aperta la battaglia giudiziaria sulla legittimità delle modifiche introdotte dall’amministrazione Trump.
