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Politica

Santi (Rete): «Passi avanti sui diritti, ma così non si ferma il crollo delle nascite»

Più diritti e tutele per i lavoratori, ma una risposta giudicata ancora «superficiale» rispetto alle vere cause della denatalità. È la posizione espressa da Emanuele Santi (Rete) nella dichiarazione di voto sul progetto di legge dedicato alla famiglia e alla natalità, discusso e approvato dal Consiglio Grande e Generale. Rete ha scelto l’astensione.

Santi ha riconosciuto apertamente diversi passi avanti contenuti nella legge: caregiver familiare, part-time nei primi quattro anni di vita dei figli, smart working, indennità di gravidanza, incentivi alle madri studentesse, congedo di paternità portato da 10 a 20 giorni, assegni familiari e interventi sulle rette degli asili. Misure positive che, secondo il consigliere, aumentano concretamente le tutele.

La critica riguarda però l’impostazione complessiva. Per Rete, davanti a nascite ridotte di due terzi, non è sufficiente puntare prevalentemente su bonus e incentivi. Santi individua le cause principali nel costo delle abitazioni, nella perdita del potere d’acquisto degli stipendi e nella precarietà lavorativa che porta molti giovani a raggiungere una stabilità economica soltanto dopo i 30 anni.

Particolarmente netto il giudizio sull’efficacia della riforma: secondo Santi, «questa legge, come quella approvata nel 2022, si rivelerà un buco nell’acqua» se l’obiettivo è invertire il crollo delle nascite. Critiche anche sui tempi dell’Osservatorio e dell’indagine rivolta alle famiglie, partita, sottolinea il consigliere, quando il provvedimento aveva già superato il passaggio in Commissione.

Rete rilancia quindi le proprie proposte: intervenire sugli appartamenti sfitti, ridurre da 24 a 12 mesi il tempo determinato e introdurre una rivalutazione automatica degli stipendi legata all’inflazione. Santi ha inoltre richiamato il tema dell’ICEE, chiedendo che patrimoni e redditi emergano realmente per garantire l’equità nell’accesso ai benefici.

Di seguito l’intervento integrale.

Emanuele Santi (Rete): «A chiusura di questo dibattito credo che alcune considerazioni finali siano doverose. Abbiamo detto durante il dibattito e durante l’esame dell’articolato che sicuramente ci sono dei passi in avanti, e questo lo riconosciamo, soprattutto rispetto all’aumento dei diritti e delle tutele per i lavoratori. Voglio citare alcune delle misure inserite perché, quando alcune cose vanno nella direzione giusta, è giusto riconoscerlo. Il riconoscimento della figura del caregiver familiare, con la possibilità di avere un sussidio economico; la possibilità per i genitori di richiedere un part-time nei primi quattro anni di vita del figlio; la possibilità dello smart working; l’indennità di gravidanza al 100% anche per le lavoratrici a tempo determinato; il riconoscimento di un incentivo anche alle madri studentesse; il congedo di paternità esteso da 10 a 20 giorni. Sono sicuramente passi in avanti, così come l’incremento degli assegni familiari o l’intervento sulle rette degli asili. Da ultimo, lo abbiamo detto, abbiamo condiviso la possibilità per i genitori di usufruire della malattia quando hanno figli malati con più di due giorni di prognosi. Sicuramente rappresenta un aumento dei diritti e soprattutto delle tutele per i lavoratori e su questo non possiamo che essere d’accordo. Il tema, però, è un altro. Noi riteniamo questo provvedimento superficiale rispetto alla vera analisi della crisi. Abbiamo davanti dati ormai impietosi. Le nascite si sono quindi ridotte di due terzi. Questo è il dato impietoso. Già con la legge del 2022 avevamo detto che soltanto con incentivi a pioggia, che per carità possono rappresentare benefici e tutele e, se lo Stato è in grado di erogarli, sicuramente danno una mano alle famiglie, non si va però ad agire sulle vere cause. È questo che contestiamo. Le vere cause, a nostro avviso, stanno nei motivi per cui la gente non fa figli. Il costo delle case è diventato inaccessibile. Parliamo ormai di 4.000 euro al metro quadrato sul nuovo, di 3.000 euro al metro quadrato sull’usato e di appartamenti di pochi metri quadrati in affitto per quasi 1.000 euro al mese. Queste sono le vere cause sulle quali bisogna agire per capire perché la gente non decide di avere figli. Abbiamo poi un problema importante legato agli stipendi, che negli ultimi dieci anni hanno perso più del 20% del loro potere d’acquisto. Anche questo è un dato. Se prima con uno stipendio di 2.000 euro si riusciva a vivere bene e a pagare tutte le bollette, oggi quel reddito, con l’inflazione che ha galoppato, non è più sufficiente. Queste sono le cause. Segretario, gliel’ho detto: il fatto che l’Osservatorio sia rimasto fermo al palo per un anno e mezzo e che l’indagine, il questionario rivolto alle famiglie sammarinesi, sia partito due mesi dopo il passaggio della legge in Commissione, è un problema. Capiamo bene che, se facciamo una legge prima di avere indagato e conosciuto i veri motivi, invertiamo l’ordine delle cose. I ragazzi terminano il percorso di studi abbondantemente dopo i 25 anni, trovare un lavoro fisso significa arrivare oltre i 30 anni e quindi l’età di ingresso stabile nel mondo del lavoro si è allungata. Di fronte a questa precarietà e a stipendi che hanno perso potere d’acquisto, se i ragazzi decidono di non fare figli bisogna anche capire che oggi probabilmente molti non sono nelle condizioni economiche per farlo. Quindi può andar bene tutto, ma a nostro avviso questa legge, come quella approvata nel 2022, si rivelerà un buco nell’acqua. Non andrà ad agire sul vero problema, cioè il crollo delle nascite. Daremo degli incentivi probabilmente a chi già oggi ha scelto di avere figli e aveva già nelle proprie disponibilità la possibilità di farlo, ma chi oggi non può permetterselo sicuramente non deciderà di avere un figlio in più per un bonus di 1.000 euro o perché sono stati introdotti una serie di diritti che, per carità, sono positivi per chi decide di avere figli. Questo è il dato. Per queste ragioni abbiamo fatto delle proposte e le abbiamo portate avanti anche nella legge per lo sviluppo. Sono proposte che sono state bocciate. La legge sullo sviluppo è stata portata due anni fa e anche qui devo rilevare un colpevole ritardo, perché alcune proposte che poi sono state inserite in questa legge potevano essere messe nero su bianco almeno qualche mese, se non qualche anno, fa. Erano già sul tavolo da diverso tempo. Non si può arrivare all’ultimo minuto con emendamenti presentati fino a pochi minuti prima dell’apertura del comma, con modifiche anche sostanziali al testo passato in Commissione. Quindi, a nostro avviso, non si va ad agire sulle cause profonde e vere della crisi della natalità. Si continua con questa impostazione basata sugli incentivi a pioggia. Abbiamo criticato il fatto che da molti di questi incentivi fosse addirittura sparito il riferimento all’ICEE. Per fortuna, lo abbiamo detto prima, qualcuno della maggioranza ha fatto propria questa osservazione e l’ha accolta favorevolmente, perché è inutile fare l’ICEE e poi parametrare gli assegni familiari esclusivamente sul reddito. Chiaramente l’ICEE dovrà partire, ma voglio anticipare un paio di temi. I decreti 126 e 127 che sono usciti, a nostro avviso, non vanno verso l’equità. Abbiamo fatto una lettura sommaria, ma chi ha la possibilità di non far emergere i propri patrimoni e i propri redditi potrà godere di benefici non dovuti. Manca la volontà politica di far emergere tutti i patrimoni, perché, se vogliamo far funzionare bene l’ICEE, bisogna che emergano tutti i patrimoni e tutti i redditi. Questa è la considerazione. Su questo avremo modo di verificare se sia veramente questa la volontà del Governo oppure se si voglia andare realmente verso l’equità. Per queste ragioni abbiamo avanzato anche proposte sull’offerta di appartamenti. Oggi, a nostro avviso, si è creato un cartello. Da una statistica sulle unità immobiliari risulta un saldo di circa 2.400 appartamenti non abitati: questa è la stima catastale del 2024. Eppure oggi gli appartamenti non ci sono. Allora la domanda è: non ci sono perché sono affittati abusivamente oppure c’è qualche cartello, qualche gruppo finanziario che, attraverso le proprie immobiliari, ha nella propria disponibilità una grande quantità di appartamenti e decide di metterli sul mercato con il contagocce quando i prezzi, come oggi, sono molto elevati? Noi lo abbiamo detto: l’applicazione della norma già prevista dal 1995, che prevedeva un’imposta sugli immobili sfitti in capo alle immobiliari, non viene attuata. Secondo noi, invece, questa potrebbe essere una misura capace di contribuire alla diminuzione dei prezzi. Abbiamo poi proposto la riduzione del tempo determinato. Oggi il tempo determinato è di 24 mesi e sappiamo che attorno a questa soglia possono svilupparsi delle distorsioni. Alcune figure, attraverso il tempo determinato, rimangono di fatto precarie per molto più tempo. Noi abbiamo chiesto di ridurre questa soglia da 24 a 12 mesi. L’altra nostra proposta, che mettiamo sul tavolo, è quella di una rivalutazione automatica degli stipendi parametrata all’inflazione. Non può accadere che in un anno ci sia l’8% di inflazione e il rinnovo dei contratti sia al 3%, perché significa che lo stipendio ha perso il 5%. Per questa impostazione, a nostro avviso molto superficiale, esprimeremo quindi un voto di astensione su questo progetto di legge. Riteniamo che si potesse e si dovesse fare meglio, soprattutto partendo dalle indicazioni provenienti dalla popolazione. Invece si è fatto il sondaggio dopo aver fatto la legge».