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San Marino non ha bisogno di qualcuno che faccia paura, ha bisogno di qualcuno che porti i numeri: e mille cittadini organizzati sono nella posizione perfetta per farlo

Che mille persone si iscrivano a un comitato per discutere dell’Accordo di associazione con l’Unione europea è una buona notizia per la Repubblica: significa che una decisione da decenni ha smesso di essere roba per addetti ai lavori.

Peccato che il traguardo, in questi giorni, sia stato celebrato con l’unica frase capace di mandare tutto in fumo: adesso cominciamo a fare paura.

Fare paura non è un risultato politico: è quello che dichiara chi non ne ha ancora uno, e a San Marino, dopo milleseicento anni passati quassù a coltivare la parola Libertas, è anche un vanto piuttosto fuori luogo.

Fermiamoci un secondo su quella frase, perché merita.

Un movimento che ha ragione dice quali articoli dell’Accordo non gli tornano.

Un movimento che ha i numeri dice quanti sono e cosa chiedono. Un movimento che si presenta annunciando di incutere timore ha appena spiegato al Paese che il suo argomento più forte è l’effetto che pensa di fare sugli altri. In una Repubblica dove i cosiddetti poteri forti si incrociano al bar e si danno del tu, per giunta.

E il bello è che dall’altra parte del tavolo si gioca allo stesso identico gioco, solo con la freccia girata. Chi spinge per firmare in fretta raramente spiega riga per riga cosa cambia: agita lo spettro dell’isolamento, del treno perso, del Paese lasciato solo mentre il mondo va avanti.

Chi spinge per non firmare agita l’invasione, la svendita, la fine dei mestieri. Due tifoserie che si accusano a vicenda di terrorismo psicologico impugnando lo stesso strumento, e nessuna delle due che si accorga di aver smesso da mesi di portare un argomento.

Il dettaglio che rende tutto involontariamente comico è il calendario.

Quattro giorni fa questa Repubblica ha festeggiato milleseicento e passa anni di esistenza attorno a una parola sola, che sta scritta sullo stemma e non è un ornamento: Libertas. E in Basilica, davanti ai Capitani Reggenti, il concetto è stato messo giù senza sconti: la libertà è impegnativa, a volte può fare paura, ma è l’unico modo per essere se stessi. Notare la direzione della frase.

La libertà può fare paura.

La paura non ha mai reso libero nessuno.

In mezzo c’è tutta la differenza tra un Paese adulto e un Paese tenuto per il collo.

Perché la paura, come metodo di comunicazione, ha un vantaggio enorme: costa pochissimo.

Costruire un argomento richiede dati, tempo, contraddittorio e il rischio pessimo di scoprire che l’altro ha ragione su un pezzo. Costruire un nemico richiede una frase e mezza giornata di commenti. La paura non ti chiede di essere convinto, ti chiede solo di smettere di ragionare in fretta. Funziona sul cittadino, sull’imprenditore, sul funzionario. E funziona benissimo sui giornalisti.

Ed è qui che la faccenda smette di essere una questione di stile e diventa un problema di libertà di stampa. In un Paese di trentaquattromila abitanti, dove tutti conoscono tutti e il cognome pesa quanto il curriculum, non serve chiudere un giornale per zittirlo: basta il clima.

Basta che chi ha una cosa da dire faccia il conto veloce di quanti clienti, quanti parenti e quanti uffici potrebbero ricordarsene, e decida che no, forse è meglio lasciar perdere. La censura più efficace mai inventata non ha mai avuto bisogno di un decreto.

Si chiama autocensura, ed è gratis. Chi si vanta di fare paura, che se ne renda conto o no, sta rivendicando un pezzetto di quel meccanismo.

Una stampa libera non è quella che spaventa qualcuno.

È quella che toglie paura: mette in fila i fatti, distingue quello che è scritto nel testo da quello che qualcuno teme che ci sia scritto, e lascia al lettore il lavoro di farsi un’opinione invece di consegnargliela già confezionata con l’ansia in omaggio.

Un’informazione che vive di allarme non è indipendente: dipende dall’allarme.

E allora la parte costruttiva, l’unica che conta davvero.

Se una cosa non ti va bene, non devi averne paura: devi lavorare per cambiarla o per costruire l’alternativa.

Chi vuole il referendum lo chieda perché crede che i cittadini sappiano decidere, non perché teme il testo.

Chi vuole la firma la spieghi articolo per articolo, con i numeri veri su frontalieri e quote, non con l’apocalisse dell’isolamento. Chi teme la concorrenza al ribasso porti una proposta di tutela scritta, non un post con quattrocento commenti.

Mille iscritti sono una risorsa democratica seria: usarli per misurare quanta paura si fa è il modo più veloce per sprecarli.

Un Paese che sta bene — e San Marino, va detto, sta bene — ha esattamente la posizione di forza che serve per permettersi il lusso di ragionare con calma.

Sono i Paesi in ginocchio che devono decidere spaventati, di notte, con il fiato sul collo. Noi possiamo leggere, contestare, negoziare e perfino cambiare idea, che è un’operazione legale e stranamente rara.

Il terrore non è una strategia.

È solo un modo veloce per non dover spiegare niente.

E dopo milleseicento anni passati quassù a farci gli affari nostri, sarebbe un finale mediocre scoprire che l’unica cosa capace di tenerci uniti è la paura.

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