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Attualità

I capifamiglia rispondono all’intervento di Michele Muratori del 19/08: Solo propaganda Politica

Risposta all’intervento di Michele Muratori, pubblicato il 19 agosto 2026

Michele Muratori, nel suo intervento pubblicato il 19 agosto 2026 con il titolo “L’impresa eccezionale di essere normali”, prova a raccontarci un futuro nel quale l’Accordo di Associazione rappresenterebbe praticamente la soluzione a una lunga serie di problemi di San Marino. Più mercato, più opportunità, più investimenti, più competitività, più ricerca, più possibilità per i giovani, più sviluppo e, naturalmente, nessuna reale rinuncia alla sovranità.

Il problema non è che Muratori sia favorevole all’Accordo. È perfettamente legittimo sostenerlo e difenderlo. Perché Muratori non parla da osservatore neutrale. Parla da politico direttamente coinvolto nella scelta che sta difendendo.

E allora le sue sono opinioni politiche, non garanzie sul futuro di San Marino.

Ma perché dovremmo credere proprio a lui quando ci racconta che tutto “potrebbe” funzionare?

Ed è proprio quel “potrebbe” il termine che dovrebbe usare e farci riflettere.

Perché Muratori non ci sta raccontando qualcosa che è già accaduto. Ci sta prospettando quello che, secondo la sua lettura politica, potrebbe accadere se l’Accordo entrerà in vigore. E tra una possibilità e una certezza c’è una differenza enorme, soprattutto quando si parla del futuro di una Repubblica.

Quando un politico sostiene che una determinata scelta potrebbe funzionare, il compito di chi ascolta non è applaudire alla possibilità. È chiedere quali siano le ragioni concrete per cui dovrebbe funzionare, quali siano i rischi, quali siano i costi e soprattutto cosa accadrebbe se le cose non andassero come previsto.

È proprio questo che manca nella narrazione di Muratori.

Il punto non è negare che l’Accordo “potrebbe” produrre effetti positivi. Naturalmente potrebbe. Il punto è non trasformare una possibilità in una certezza, un’aspettativa in un risultato e una previsione politica in una garanzia.

Perché se Muratori vuole sostenere che l’Accordo potrebbe funzionare, è libero di farlo.

Ma allora dovrebbe avere la stessa convinzione nel raccontarci anche tutto ciò che potrà non funzionare.

Ed è proprio qui che il suo ragionamento diventa molto meno convincente.

“Essere normali” non significa necessariamente essere migliori

Già dal titolo, “L’impresa eccezionale di essere normali”, Muratori costruisce una contrapposizione piuttosto evidente. Da una parte ci sarebbe la normalità europea, associata a modernità, sviluppo e futuro. Dall’altra ci sarebbe un San Marino ancora legato alla propria eccezionalità, quasi fosse una condizione di isolamento e arretratezza.

Ma San Marino non deve scegliere tra modernità e isolamento.

Non deve scegliere tra Europa e sovranità.

E soprattutto non deve accettare l’idea che l’unico modo per essere moderni, competitivi e aperti all’Europa sia necessariamente quello di aderire al modello di integrazione previsto dall’Accordo di Associazione.

La domanda seria non è se vogliamo essere “normali”.

La domanda è se questo specifico Accordo sia davvero conveniente per San Marino, quali obblighi comporti, quali costi determini, quali margini di autonomia lasci e quali conseguenze produca nel lungo periodo.

Su questo, Muratori è molto meno preciso.

Il passaggio europeo non è una garanzia per San Marino

Muratori presenta il recente avanzamento dell’iter europeo come un momento decisivo, quasi fosse la consacrazione definitiva di un percorso ormai inevitabile.

Ma il fatto che l’iter europeo proceda non significa che l’Accordo sia automaticamente conveniente per San Marino.

Un trattato può essere stato negoziato per anni, può essere sostenuto dalle istituzioni europee e può avere ricevuto i necessari passaggi procedurali senza che questo costituisca una garanzia sui suoi effetti concreti per la Repubblica.

E soprattutto, il fatto che Bruxelles proceda non risponde alla domanda fondamentale che riguarda i cittadini sammarinesi.

È davvero questa la scelta migliore per San Marino?

Questa risposta non può essere sostituita dal semplice fatto che il percorso diplomatico sia arrivato a un determinato punto.

La sovranità secondo Muratori

Muratori sostiene inoltre che l’Accordo non rappresenterebbe “mai” una rinuncia alla nostra sovranità, ma addirittura “l’esercizio più alto e lungimirante” della nostra indipendenza.

È un’affermazione molto forte. Ma resta un’affermazione politica.

L’Accordo prevede la partecipazione al mercato interno e il progressivo recepimento dell’acquis europeo. È quindi inevitabile interrogarsi su cosa significhi concretamente questa integrazione per l’autonomia normativa della Repubblica.

Se San Marino dovrà recepire progressivamente norme europee, quanto spazio rimarrà per decidere autonomamente quelle norme?

E soprattutto, quale sarà il peso effettivo di San Marino nella loro formazione?

Dire che la sovranità non viene persa non è sufficiente. Bisogna spiegare come continuerà a essere esercitata.

Perché la sovranità non consiste soltanto nel poter affermare di essere uno Stato indipendente. Consiste anche nella possibilità concreta di partecipare alle decisioni che producono le norme alle quali si sarà poi chiamati ad adeguarsi.

Liechtenstein e Malta non sono San Marino!

Muratori porta poi Liechtenstein e Malta come esempi del successo dell’integrazione europea.

Ma anche qui il ragionamento è molto più semplice della realtà.

Il Liechtenstein è nello Spazio Economico Europeo. Malta è uno Stato membro dell’Unione Europea. San Marino sta invece discutendo un Accordo di Associazione specifico, con caratteristiche proprie che Liechtenstein e Malta non hanno.

Non sono situazioni sovrapponibili.

E soprattutto, la crescita economica di un Paese non può essere automaticamente attribuita a un singolo processo di integrazione senza considerare tutte le altre condizioni che hanno contribuito a determinarla.

Mancano quindi nell’argomentazione di Muratori un vero confronto delle condizioni di partenza, delle differenti strutture economiche, degli altri fattori che hanno determinato quei risultati e soprattutto una dimostrazione concreta della loro trasferibilità alla realtà sammarinese.

Dire che qualcosa ha funzionato altrove non dimostra che funzionerà necessariamente anche qui. Dimostra soltanto che ha funzionato da loro, con situazioni completamente diverse.

E’ una “omissione” voluta (?).

Dalle possibilità alle quasi-certezze

È proprio qui che la narrazione di Muratori diventa più ottimistica che realista.

Nel suo intervento l’Accordo potrebbe consentire alle imprese sammarinesi di operare più facilmente nel mercato europeo, aprire nuove opportunità per il settore finanziario, favorire la mobilità, aumentare le possibilità per università e ricerca, attrarre investimenti e rendere San Marino più competitivo.

Ma “potrebbe” non significa “accadrà”.

Un accordo internazionale può creare condizioni favorevoli. Può aprire possibilità. Può eliminare alcuni ostacoli.

Ma non produce automaticamente investimenti, imprese, occupazione, innovazione e ricchezza.

Perché questi risultati dipendono anche da politiche economiche, fiscalità, infrastrutture, formazione, efficienza amministrativa, stabilità normativa, capacità delle imprese e capacità dello Stato di utilizzare concretamente le opportunità che si apriranno.

Quindi il punto non è negare che l’Accordo possa avere degli effetti positivi.

Il punto è non trasformare possibilità in certezze e aspettative in risultati già acquisiti.

Quello che Muratori non racconta

Ed è proprio qui che l’intervento perde equilibrio.

Muratori parla delle opportunità, ma molto meno, per non dire per niente, dei costi.

Parla del mercato, ma non degli obblighi. Parla dell’integrazione, ma non affronta adeguatamente i meccanismi di recepimento. Parla della sovranità, ma non approfondisce il problema della rappresentanza. Parla dei vantaggi per le imprese, ma non degli oneri di adeguamento. Parla delle opportunità europee, ma non delle condizioni necessarie per accedervi. Parla della crescita, ma non dimostra quanto di questa crescita sarebbe effettivamente riconducibile all’Accordo.

Parla del futuro, ma non presenta il conto.

E soprattutto non affronta fino in fondo la domanda più scomoda.

Cosa succederà quando San Marino dovrà recepire una normativa europea che non condivide?

È questa una delle domande che dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico.

Non lo slogan sulla “normalità”.

Lo scetticismo si spazza via?

Muratori invita a “spazzare via ogni residuo scetticismo”.

Ma in una democrazia seria lo scetticismo non si spazza via.

Si affronta.

Si risponde con i documenti, con le clausole, con gli studi, con i numeri, con le garanzie e con un’analisi seria anche degli scenari negativi.

Perché se l’Accordo fosse davvero così straordinario, non dovrebbe esserci alcun bisogno di presentare il dubbio come arretratezza o la critica come paura del cambiamento.

Sarebbe sufficiente rispondere alle domande.

Ed è proprio questo che dovrebbe fare chi sostiene l’Accordo.

Non convincere i cittadini che tutto potrebbe funzionare, ma spiegare perché dovrebbe funzionare, a quali condizioni, a quale prezzo e cosa accadrebbe se quelle condizioni non si verificassero.

Non è una gara tra moderni e retrogradi

Muratori sembra proporre una scelta nella quale l’Accordo rappresenta il futuro, l’Europa, lo sviluppo e la normalità, mentre i dubbi vengono implicitamente associati all’isolamento, al provincialismo e al passato.

Ma questa è una falsa alternativa.

Si può essere europei senza rinunciare alla capacità di scegliere.

Si può essere moderni senza accettare automaticamente ogni forma di integrazione.

Si può essere competitivi senza considerare ogni vincolo come un prezzo inevitabile del progresso.

E si può guardare all’Europa senza rinunciare alla propria identità e alla propria capacità decisionale.

Difendere la sovranità non significa avere paura dell’Europa.

Significa pretendere di sapere esattamente cosa si sta accettando, quali obblighi si assumono, quali vantaggi si ottengono, quali rischi esistono e chi avrà il potere di decidere domani.

Alla fine, resta una domanda

Michele Muratori ci propone una visione nella quale l’Accordo potrebbe aprire grandi opportunità per San Marino.

Potrebbe.

È proprio questa la parola che dovrebbe accompagnare gran parte delle sue affermazioni.

Potrebbe funzionare. Potrebbe portare benefici. Potrebbe favorire gli investimenti. Potrebbe creare nuove opportunità. Potrebbe rendere alcune imprese più competitive.

Ma produce costi, obblighi, vincoli e conseguenze che oggi vengono raccontati molto meno.

E quando si decide del futuro di una Repubblica, “potrebbe” non è una garanzia.

Per questo non chiediamo a Michele Muratori di essere d’accordo con noi.

Gli chiediamo qualcosa di molto più semplice.

Di smettere di raccontarci quello che potrebbe accadere, e con la stessa convinzione, raccontarci anche tutto quello che potrebbe non funzionare.

Perché San Marino non ha bisogno di essere rassicurato.

Ha bisogno di essere informato.

Non ha bisogno di diventare “normale”.

Ha bisogno di poter scegliere consapevolmente il proprio futuro.

I sammarinesi vogliono davvero essere “normali” come qualcuno ci suggerisce di essere, oppure vogliono semplicemente continuare a essere sammarinesi?

I CapiFamiglia