Read in English
Attualità

La parola più cercata è “femminicidio”: il campanello d’allarme che riguarda anche San Marino

La parola più cercata sulla Treccani dall’inizio del 2026 è “femminicidio”. Non intelligenza artificiale. Non influencer. Non smart working. Femminicidio.

Potremmo archiviarla come una curiosità linguistica, una di quelle classifiche che raccontano come cambia l’italiano. Sarebbe un errore. Perché dietro quella ricerca ripetuta migliaia di volte c’è qualcosa di molto più profondo: la necessità di capire e dare un nome a una violenza che continua a occupare le cronache e a interrogare la società.

Treccani aveva già scelto “femminicidio” come parola dell’anno nel 2023. Tre anni dopo è ancora lì, in cima alle ricerche. Ed è probabilmente questa la parte più inquietante della notizia: non siamo ancora riusciti a rendere quella parola meno necessaria.

San Marino non è fuori da questa storia

Si potrebbe pensare che tutto questo riguardi soprattutto l’Italia e i grandi Paesi. Che San Marino, con i suoi poco più di 30mila abitanti, rappresenti un mondo differente.

I numeri raccontano altro.

Nel 2025 in Repubblica sono state 76 le richieste di assistenza per situazioni legate alla violenza di genere e alla tutela dei minori. Trentuno casi riguardanti violenze contro le donne hanno assunto interesse per l’Autorità Giudiziaria, mentre 27 segnalazioni sono state indirizzate al Servizio di Salute Mentale. Ventinue persone sono finite in carcere nel corso dell’anno per reati collegati a queste dinamiche.

Non significa che San Marino sia improvvisamente diventato un Paese violento. Significa qualcosa di più semplice: il Titano non è immune dai problemi che attraversano il resto della società.

E le dimensioni ridotte della Repubblica non rappresentano necessariamente una protezione. Possono diventare, al contrario, una difficoltà ulteriore. In una piccola comunità tutti conoscono qualcuno, le voci corrono velocemente e denunciare può significare esporsi davanti a colleghi, conoscenti, amici e familiari.

È proprio questo uno dei punti più delicati già emersi nell’analisi del fenomeno sammarinese: una denuncia non misura quanta violenza esiste, ma soltanto quanta riesce ad arrivare davanti alle istituzioni. In Italia, per esempio, denuncia appena il 13,3% delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale e la percentuale scende al 3,8% quando l’autore è il partner attuale.

Lo zero che non deve diventare un alibi

C’è però un dato enorme, positivo, che San Marino può rivendicare: da venticinque anni sul Titano non si registrano omicidi di donne riconducibili alla violenza di genere.

È una notizia importante. Ma sarebbe pericoloso trasformarla nella dimostrazione che il problema non esiste.

Il femminicidio rappresenta infatti l’ultimo gradino di una scala che comincia molto prima. Prima possono esserci controllo, umiliazioni, isolamento, violenza economica e psicologica, minacce, stalking, aggressioni. Sono proprio alcune delle forme di violenza che i servizi sammarinesi continuano a intercettare.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto quanti femminicidi avvengono a San Marino. Dovrebbe essere: quanto siamo capaci di intervenire prima che quella parola possa riguardarci direttamente?

Perché il vero successo di una comunità non consiste nel contare le vittime dopo. Consiste nell’impedire che ci siano.

I numeri sammarinesi chiedono risposte

Negli ultimi anni qualcosa è stato fatto. Il rapporto GREVIO del Consiglio d’Europa ha riconosciuto alla Repubblica diversi passi avanti, dall’introduzione del reato di molestia sessuale alle modifiche sullo stalking, fino alle norme dedicate alla dimensione digitale della violenza e al Piano nazionale 2024-2026.

Ma lo stesso organismo ha evidenziato criticità precise: il tasso di denuncia per stupro e violenza sessuale resta quasi inesistente e tra gli interventi indicati c’è anche la necessità di colmare la mancanza di provvedimenti restrittivi d’urgenza nei confronti degli autori di violenza domestica.

E qui la questione smette di essere culturale e diventa politica.

Il 21 luglio il Consiglio Grande e Generale ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che impegna il Congresso di Stato a portare entro settembre 2026 la violenza di genere all’esame congiunto delle Commissioni competenti, mettendo sul tavolo dati aggiornati e criticità segnalate dall’Authority Pari Opportunità.

Settembre è praticamente domani.

La vera sfida è arrivare prima

Che “femminicidio” sia ancora oggi una delle parole che più sentiamo il bisogno di cercare dovrebbe farci riflettere proprio su questo.

Le parole arrivano spesso dopo i fatti. La politica e le istituzioni devono provare ad arrivare prima.

San Marino parte da una condizione che altri Paesi purtroppo non hanno: venticinque anni senza femminicidi. Questo dato non deve servire per abbassare la guardia, ma per alzarla ancora di più. Perché mantenere quello zero vale infinitamente più che dover spiegare, un giorno, perché non ci siamo riusciti.

Servono protezione immediata, servizi accessibili, formazione, sostegno alle vittime e lavoro sugli autori della violenza. Ma serve anche qualcosa che nessuna legge può imporre: una comunità nella quale chiedere aiuto non significhi avere paura di essere giudicati, riconosciuti o non creduti.

La piccola dimensione di San Marino può essere un limite, perché rende più difficile nascondersi. Ma può diventare anche una forza: in una Repubblica così piccola dovrebbe essere più difficile lasciare qualcuno solo.

“Femminicidio” è la parola più cercata.

L’obiettivo di San Marino dovrebbe essere molto più ambizioso: fare tutto il possibile perché continui a essere soltanto una parola del vocabolario e non diventi mai più una parola della nostra cronaca.