Sei anni fa, proprio in questi giorni, aprii la cassetta della posta e ci trovai dei fogli accartocciati. Erano bigliettini anonimi, con parole che non ho voglia di rileggere qui. Era un’altra città, un’altra redazione, ma la sostanza è la stessa che porto con me ancora oggi: qualcuno aveva deciso che il modo giusto per rispondere a un giornale non fosse scrivere, replicare o denunciare, ma raggiungere chi lo firmava là dove abita.
Allora reagii d’istinto, con quattro parole: io non ho paura. Le pensavo davvero, e le penso ancora. Ma il tempo, e il mestiere di dirigere oggi un giornale, mi hanno insegnato ad aggiungere a quell’istinto un ragionamento più freddo, che vale la pena condividere proprio adesso che da quella storia ricorrono sei anni.
Con un giornale si possono fare molte cose, tutte legittime. Lo si può trovare sbagliato, fazioso, persino irritante. Lo si può criticare, smentire, querelare, chiedere una rettifica, smettere di comprarlo. Sono strumenti civili, e sono tutti benvenuti: un giornale che non accetta di essere contestato non è un giornale. Ce n’è uno solo, di gesti, che non è mai legittimo, in nessun caso: provare a fare in modo che chi scrive, la prossima volta, ci pensi due volte per timore. Perché nell’istante esatto in cui la paura entra in una redazione, a rimetterci non è il giornalista. È il lettore. Quello che smette di leggere è, quasi sempre, proprio ciò che qualcuno non voleva fargli leggere.
Oggi dirigo un giornale in una Repubblica piccola, dove ci si conosce tutti. E ho capito che qui la questione è persino più delicata. Nelle grandi città l’intimidazione è anonima; da noi ha spesso un volto che poi reincontri al bar, alla partita, in fila alla posta. Sapere dove abita un giornalista, a San Marino, non richiede alcuna indagine. Per questo la pressione più insidiosa non è quella plateale: è quella morbida. L’amico che ti chiede di “lasciar perdere”, il conoscente che si offende, il favore che pesa. La libertà di stampa, in un posto come il nostro, non è un monumento da inaugurare: è un muscolo da allenare ogni giorno, resistendo a spinte che nessuno chiamerebbe mai con quel nome.
Non ho mai pensato, e lo dico con la stessa onestà, che questa libertà sia un salvacondotto. Chi fa informazione ha doveri precisi: il rigore, il rispetto delle persone, la presunzione d’innocenza. Un giornale può sbagliare, e quando sbaglia va corretto. Ma i suoi errori si correggono con altre parole, con le regole, con il diritto di replica. Mai con un biglietto nella cassetta della posta.
E questo principio, in fondo, non protegge soltanto noi che scriviamo di mestiere. Protegge il lettore che commenta, il cittadino che manda una lettera, chiunque abbia un’opinione scomoda da esprimere. Una comunità che lascia intimidire i suoi giornalisti sta soltanto insegnando a sé stessa a stare zitta.
A sei anni di distanza, quelle quattro parole le riscriverei identiche. Aggiungendone però una riga: la risposta migliore, a chi crede di poter mettere a tacere una voce, resta la più semplice. Un giornale che domani mattina esce di nuovo. E questo lo farà.
di Francesca Devincenzi, Direttore di Insider





