Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di un lettore.
C’è un momento, nella vita di ogni democrazia, in cui la politica smette di guidare e comincia a rincorrere. Non lo si nota subito: nessuno lo annuncia, non c’è una data in calendario. Lo si capisce dai sintomi. E i sintomi, a San Marino, in questi giorni si accumulano con una puntualità che meriterebbe miglior causa.
Prendiamo la vicenda della Segreteria alla Sanità. Una legge qualificata — la 184 del 2005, modificata nel 2011 — dice quello che dice. Le leggi, in genere, si leggono; qualche volta perfino si applicano. Eppure attorno alla nomina di Gian Carlo Venturini si è aperto un dibattito interpretativo che ha del sorprendente: come se il testo normativo fosse un oracolo da interrogare secondo convenienza, e non una regola da rispettare. Il Consiglio Centrale del PDCS ha prodotto una formula che è un piccolo capolavoro di equilibrismo: tutelare le istituzioni e, al tempo stesso, riportare le lancette alla volontà del legislatore di vent’anni fa, come se la modifica successiva non fosse mai esistita. Tradotto dal politichese: rispettiamo la legge, purché sia quella che ci conviene.
In questo quadro il consigliere Lorenzo Bugli ha detto, in sostanza, una cosa ovvia: di fronte a problematiche interpretative non è il momento di forzare la mano, e un partito con settantotto anni di storia sa trovare le figure idonee. Nulla di memorabile, a rigore: è il minimo sindacale del buon senso.
Il punto, semmai, è un altro — e non riguarda chi lo pronuncia. Quando in un partito di governo ricordare che le leggi si rispettano diventa una notizia, vuol dire che qualcosa, nel contesto, si è incrinato.
Non fa notizia la frase. Fa notizia che serva pronunciarla.
Quando la spina dorsale dell’economia deve domandare alla politica quale sia la politica, e si offre perfino di farle da consulente, siamo all’inversione dei ruoli.
Ma la vicenda Venturini, in fondo, è solo l’ultima istantanea di un quadro più ampio. Ed è un quadro che, per una volta, non lo dipinge l’opposizione: lo dipingono gli industriali. La lettera che l’ANIS ha consegnato ai partiti di maggioranza è, nella forma, un documento garbato, quasi cerimonioso. Nella sostanza, è un atto d’accusa. Dopo sedici anni, le imprese chiedono ancora l’introduzione dell’IVA. Dopo due anni e mezzo dalla conclusione dei negoziati, attendono ancora la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, impantanato in un veto altrui che nessuno, a quanto pare, sa come sciogliere. E soprattutto — qui il garbo si fa tagliente — chiedono di sapere quale sia la politica industriale del Paese. Non di discuterla: di conoscerla. Perché a oggi, evidentemente, non è dato saperlo nemmeno a chi quell’economia la regge sulle proprie spalle.
Ora, quando la spina dorsale del sistema produttivo deve domandare alla politica quale sia la politica, e si offre perfino di farle da consulente per organizzare le scelte economiche del Paese, siamo davanti a un’inversione dei ruoli che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore le istituzioni. Le priorità non nascono più dentro i palazzi: arrivano da fuori. Le detta l’agenda europea, le detta un veto bulgaro, le dettano — con più concretezza e più metodo — gli imprenditori nelle loro lettere protocollate. La politica ratifica, rincorre, rinvia. E quando non rinvia, interpreta.
E qui, se vogliamo essere onesti fino in fondo, bisogna dire una cosa che non farà piacere a nessuno. Non è che la politica sammarinese non faccia nulla. Al contrario: fa moltissimo. Inaugura, patrocina, presenzia, taglia nastri. Le cene sullo stradone, i trenini, le feste di castello: cose lodevoli, sia chiaro, che tengono insieme una comunità e che nessuno si sogna di togliere a nessuno. Ma una Repubblica non si governa con il calendario delle sagre. La presenza non è una politica. La fotografia non è un programma.
La presenza non è una politica. La fotografia non è un programma.
Il Paese reale, intanto, fa i conti con altro. Con un caro energia che morde le famiglie e le imprese, mentre le risposte promesse slittano di anno in anno. Con un carrello della spesa che pesa sempre di più su stipendi che restano fermi. Con i giovani che se ne vanno — e non per spirito d’avventura, ma per necessità, perché altrove trovano ciò che qui manca. Con le prime aziende che cominciano a guardare oltre confine, perché restare costa e le regole promesse non arrivano. Con affitti che hanno raggiunto livelli tali da trasformare la casa — e con essa la famiglia, il radicamento, il futuro — in un miraggio per un’intera generazione. Non lo dice questo giornale: lo dicono i numeri. L’ultimo sondaggio certifica che economia e giustizia trascinano a fondo il giudizio sul governo, e che appena il quattordici per cento dei cittadini dichiara un’opinione migliorata sull’Esecutivo. Non è un dettaglio statistico: è un termometro.
Come se ne esce? Non con un rimpasto, non con un comunicato ben limato, non con l’ennesimo tavolo che rimanda all’ennesimo approfondimento. Se ne esce — forse — restituendo alla politica la sua funzione originaria: scegliere. Scegliere significa stabilire un ordine di priorità e difenderlo, anche quando è impopolare. Significa dire alle imprese quale sia la politica industriale prima che siano loro a doverla chiedere per lettera. Significa misurare ogni delibera, ogni nomina, ogni legge su una domanda elementare: questo aiuta un giovane a restare? Aiuta una famiglia ad arrivare a fine mese? Aiuta un’impresa a non fare le valigie? Se la risposta è no, o è un imbarazzato silenzio, forse quella delibera, quella nomina, quella legge potevano attendere.
I partiti sammarinesi hanno una storia lunga e — va riconosciuto — spesso onorevole. Ma la storia non è una rendita di posizione: è una responsabilità. Tornare al confronto con il reale non significa rinnegare le tradizioni, i palii, le feste che rendono viva questa comunità. Significa ricordare che il consenso vero non si misura ai tavoli delle cene di partito, ma nei conti correnti delle famiglie, nei contratti d’affitto dei trentenni, nei bilanci delle aziende che stanno decidendo, proprio ora, se investire qui o altrove.
La domanda, alla fine, è una sola, ed è la stessa che gli industriali hanno posto con la cortesia di chi non vuole strappare: qual è il progetto? Se la risposta esiste, è il momento di dirla ad alta voce. Se non esiste, è il momento — assai più scomodo — di costruirla. Perché un piccolo Stato può permettersi molte cose, e la sua storia millenaria lo dimostra. Una classe politica distratta, no.





