Il ritorno dello Scià? La carta Pahlavi nella grande partita sull’Iran

da | 15 Mar 2026

Nella grande scacchiera mediorientale ci sono momenti in cui la storia sembra fare un giro completo su sé stessa. E improvvisamente tornano figure che sembravano appartenere a un’altra epoca.
È il caso di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, costretto all’esilio dopo la rivoluzione islamica del 1979. Per decenni è stato poco più che un simbolo per una parte della diaspora iraniana. Oggi, invece, il suo nome torna a circolare nei corridoi della politica internazionale.
La crisi iraniana, aggravata dalle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici della Repubblica islamica, ha riaperto una domanda che sembrava archiviata: chi potrebbe guidare l’Iran nel caso di un crollo del regime?
E in questo vuoto di potere potenziale, la figura di Pahlavi prova a ritagliarsi uno spazio.
L’uomo che vuole guidare la transizione
Reza Pahlavi non parla più da erede di una monarchia perduta. Da tempo ha cambiato linguaggio e strategia.
Oggi si presenta come un possibile leader di transizione, capace – nelle sue intenzioni – di accompagnare l’Iran verso un sistema democratico. Negli ultimi mesi ha intensificato gli appelli alla comunità internazionale e agli iraniani stessi affinché si preparino a un possibile cambiamento di regime.
Il suo messaggio è semplice: il problema non è l’Iran, ma il regime che lo governa.
Secondo Pahlavi, un intervento internazionale contro la Repubblica islamica potrebbe aprire la strada a una fase nuova, nella quale gli iraniani possano scegliere liberamente la forma del proprio Stato.
Una visione che, inevitabilmente, lo ha portato a incrociare il percorso politico di Donald Trump.
La sponda americana
Negli ambienti conservatori americani il nome di Pahlavi circola da tempo. Non come candidato ufficiale alla guida dell’Iran, ma come una possibile figura di riferimento per l’opposizione.
Negli ultimi mesi contatti e incontri informali si sono moltiplicati. Persino l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente ha confermato di averlo incontrato su indicazione del presidente americano.
Pahlavi, dal canto suo, non ha nascosto il suo apprezzamento per la linea dura di Trump verso Teheran. In diverse occasioni ha sostenuto che una maggiore pressione sul regime potrebbe accelerarne la caduta.
Eppure, nonostante queste aperture, la Casa Bianca mantiene una certa prudenza.
Trump stesso ha riconosciuto che il principe in esilio “sembra una brava persona”, ma ha anche espresso dubbi sulla sua reale capacità di raccogliere consenso all’interno dell’Iran.
Tradotto: Washington osserva, ma non si sbilancia.
Il problema della legittimità
La questione centrale non è tanto internazionale quanto interna.
Perché una cosa è ottenere l’attenzione delle capitali occidentali. Un’altra è convincere gli iraniani.
A quasi mezzo secolo dalla rivoluzione che rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi, il Paese è profondamente cambiato. Una generazione intera è cresciuta sotto la Repubblica islamica, con un sistema politico e sociale completamente diverso.
È vero che durante alcune proteste degli ultimi anni si sono sentiti slogan favorevoli al ritorno della dinastia Pahlavi.
Ma è altrettanto vero che nessuno sa davvero quanto questo consenso sia diffuso.
E infatti anche negli ambienti diplomatici americani molti osservatori restano scettici.
Il vero interrogativo
In fondo, la vicenda di Reza Pahlavi dice qualcosa di più grande della sua stessa figura.
Racconta il vuoto politico che si apre quando un sistema entra in crisi ma non esiste ancora un’alternativa chiara.
L’Iran di oggi vive esattamente questa condizione: un regime sotto pressione, una società attraversata da proteste e un’opposizione frammentata.
In questo spazio incerto, ogni figura simbolica prova a ritagliarsi un ruolo. Anche quella di un principe senza trono.
Ma la vera domanda resta sospesa.
Se davvero l’Iran dovesse cambiare regime, chi avrebbe la forza e la legittimità per guidare il Paese?
La risposta, probabilmente, non arriverà dalle cancellerie occidentali.
Arriverà – come sempre accade nella storia – dalle strade di Teheran.

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