I numeri sono brutali.
E la politica, ancora una volta, rincorre.
Nel frattempo il tempo passa — e le nascite crollano.
Nel 2011 a San Marino nascevano 331 bambini. Nel 2026 si faticherà ad arrivare a cento. Un crollo netto, che fotografa una crisi demografica strutturale, non più episodica.
Il dato più pesante? Dal 2016 il saldo naturale è sempre negativo. Nel 2025 è stato di -173. Il 2026 rischia di fare peggio.
Il dibattito in Commissione Sanità sulla nuova legge per la famiglia parte da qui. Dalla consapevolezza che il problema esiste. Ma si ferma subito dopo, quando si passa alle soluzioni.
Da una parte, chi sostiene che servano interventi concreti e profondi.
Emanuele Santi lo dice senza giri di parole: bonus e incentivi da soli non bastano. Il nodo è economico. Case care, stipendi fermi, precarietà. Con affitti da 900 euro e stipendi medi da 2.000, la domanda diventa inevitabile: chi può permettersi una famiglia?
Le proposte sul tavolo sono pesanti: tassare gli immobili sfitti (oltre 2.400), ridurre il precariato, intervenire sugli stipendi.
Dall’altra, emerge un problema meno visibile ma altrettanto critico.
Gaetano Troina porta il caso dei lavoratori autonomi: una madre libera professionista rischia di perdere tutto fermandosi un anno. E apre un fronte spesso ignorato — quello del supporto post-parto, anche psicologico.
Poi c’è il tema politico.
Matteo Casali attacca il metodo: manca coordinamento, manca una strategia unica, manca coinvolgimento. Tradotto: si procede per tentativi.
Il Governo, con il Segretario Stefano Canti, difende il percorso ma ammette che questa legge non è risolutiva. E forse è proprio questo il punto più onesto emerso in aula.
Perché il problema non è la singola legge.
È che i numeri continuano a peggiorare mentre le risposte arrivano sempre dopo.
Altri guardano all’estero — la Svezia, per esempio — ma con un limite evidente: modelli simili funzionano in contesti economici completamente diversi.
Nel frattempo il testo va avanti, articolo per articolo.
Ma fuori dall’aula, la realtà resta semplice:
meno nascite, più incertezza, nessuna inversione.
E allora la domanda è una sola, ed è difficile evitarla:
quante altre leggi serviranno prima che qualcosa cambi davvero?




