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Il referendum sull’Accordo UE si farà, ma dopo, e la festa della libertà del PSD e Libera si rivela centrale nel dibattito politico

Sull’Accordo con l’Europa i sammarinesi voteranno. Ma dopo, non prima — e non è un modo elegante per rinviare: è l’unico modo per votare sapendo cosa si vota. Prima si voterebbe su una promessa, su quello che ci raccontano che succederà. Dopo si vota su uno scontrino, su una busta paga, sul prezzo di una casa, su quanti negozi hanno chiuso e quanti ne hanno aperto.

A dirlo per primo, martedì sera, è stato Enzo Merlini della CSDL. Non l’opposizione, non un comitato con le firme in mano: il sindacato. E gli hanno risposto sì, in pochi minuti, Luca Beccari, Silvia Cecchetti, Michele Muratori ed Emanuele Rossini. Governo, maggioranza e industriali, tutti sulla stessa riga, tutti nella stessa sera. Ed è successo su un palco di Libera e del PSD: non in Consiglio, non in una commissione, non con un comunicato del governo.

Chi lo attacca dice che è un voto finto, perché arriva quando ormai è tutto fatto. È l’obiezione più diffusa ed è quella che casca peggio, perché l’Accordo non è una porta che si chiude alle spalle. Ci sta scritto dentro che se le cose vanno male San Marino può fermarsi, proteggere un settore in difficoltà, chiedere di rimettere mano ai patti — e una revisione è già fissata in calendario. Gli strumenti per correggere ci sono. Manca solo qualcuno che dica al governo quando usarli. Quel qualcuno, in una democrazia, sono i cittadini.

Ed è qui che cambia tutto il senso della parola referendum. Non serve a strappare l’Accordo: serve a mandare chi tratta al tavolo con un foglio firmato dal Paese, invece che da solo. È la differenza tra un funzionario che discute in un comitato e un governo che arriva dicendo “guardate che a casa mia hanno votato”.

Perché funzioni, però, va scritto adesso, non fra cinque anni. Servono tre cose semplici: una data, decisa subito e agganciata al momento in cui i patti si possono davvero rinegoziare; i numeri su cui si giudicherà, scelti prima e pubblicati ogni anno da chi non ha interessi in ballo, così nessuno può cambiare le regole a partita in corso; e la garanzia che se vince il no il governo sia obbligato a muoversi entro un termine, non a prenderne atto. Senza queste tre cose hanno ragione i critici. Con queste tre cose è il primo vero controllo popolare su un trattato che questa Repubblica si sia mai data.

Va poi registrato un dato che con il merito della proposta c’entra poco ma che pesa. Una questione di questa portata non è nata in Consiglio ed è arrivata nelle istituzioni già formata, dopo aver trovato in pochi minuti la risposta del Segretario agli Esteri, della maggioranza e degli industriali. Non è la prima volta, ed è un fatto che si registra a prescindere da come la si pensi: i panel politici della festa della libertà organizzati da PSD e Libera si rivelano sempre di più centrale nel dibattito politico, e le sue serate sono diventate il luogo dove i temi prendono forma.

Il resto è tifo. Essere a favore o contro a occhi bendati è una curva da stadio. Votare sui risultati, con in mano gli strumenti per correggerli, è un Paese.