Duecentotrentacinque milioni di patrimonio. Quarantacinquemila iscritti. Contributi in crescita. Sulla carta, il Fondo pensione complementare di San Marino è una storia di successo. Nella realtà, è una domanda senza risposta — e una risposta senza coraggio.
Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono.
Dal 31 dicembre 2012 a oggi, il valore della quota Fondiss è passato da dieci euro a undici virgola settantanove. Meno del diciotto per cento in dodici anni. Non è una cifra tecnica: è una sentenza. Nello stesso periodo, in Italia, i comparti azionari dei fondi pensione negoziali hanno prodotto rendimenti medi annui netti intorno al quattro e mezzo per cento. Nel 2024 i fondi azionari italiani hanno toccato il dieci virgola quattro per cento. San Marino, in quello stesso anno record, ha festeggiato il suo miglior risultato di sempre: tre virgola settantanove per cento. Un primato che racconta, più di qualsiasi analisi, il livello dal quale si parte.
Ma c’è di più. E qui sta il punto che la politica non può più ignorare.
Il Fondiss non rende poco per scelta dei suoi gestori. Rende poco per obbligo di legge. La legge istitutiva — la numero 191 del 2011 — impone che le risorse vengano investite esclusivamente in depositi a termine presso gli istituti bancari sammarinesi. Struttura mono-comparto, obiettivo di restituzione integrale del capitale, gestione orientata alla stabilità. Una cassaforte. Costruita per legge, non per pigrizia.
Il risultato è che duecentotrentacinque milioni di euro di risparmio previdenziale sammarinese ruotano all’interno di un sistema bancario locale, senza possibilità di diversificazione esterna, senza accesso ai mercati internazionali, senza alcuna leva di crescita reale. E adesso, dal gennaio 2026, le aliquote contributive salgono dall’attuale quattro per cento verso un futuro sette per cento. Più soldi che entrano. Con le stesse regole di prima. Più benzina in un motore che non gira.
Qualcuno lo ha detto pubblicamente, con parole che meritano di essere ricordate. Il Segretario generale della CSDL Enzo Merlini, durante la presentazione del bilancio 2024: «Qual è l’obiettivo vero, diversificare e tutelare gli interessi dei lavoratori, oppure lavorare per mantenere i soldi dentro i confini e garantire solo le banche? In questo modo, il Fondiss non può andare avanti, non ha ragione di essere.»
Parole forti. Parole giuste.
E c’è un altro numero che nessun comunicato stampa ha messo in prima pagina. Nei primi dieci mesi del 2025 sono state presentate 545 domande di anticipazione sul fondo pensione. La maggior parte per spese dentistiche. I sammarinesi stanno attingendo al proprio futuro previdenziale per curarsi i denti oggi. Non è un dato finanziario: è un dato sociale. Dice qualcosa di preciso sul benessere reale dei lavoratori di questo paese, e dice qualcosa di ancora più preciso su cosa significhi chiedere sacrifici senza offrire certezze.
Il 3,79% del 2024 — il picco storico del fondo — non è frutto di una gestione evoluta. È figlio dei tassi di interesse alti, una stagione già finita. Lo stesso Comitato Amministratore lo ha anticipato senza mezzi termini: ci si attende un minore rendimento nei prossimi anni, «a meno che non ci siano modifiche sostanziali alle forme di investimento». Tradotto: senza una riforma legislativa, il 2024 non si ripete. E probabilmente non si avvicina neanche.
Una riforma, peraltro, già annunciata. A febbraio 2026 il Segretario della Federazione Servizi e Commercio Marco Santolini ha chiesto pubblicamente che «l’annunciata riforma di FondISS non arrivi senza un doveroso confronto preventivo con i sindacati». Dunque il governo sa. I sindacati sanno. Il dibattito c’è. Quello che manca è la decisione.
Torna qui, inevitabilmente, la riforma pensionistica voluta anni fa da Roberto Ciavatta. Una riforma nata per garantire la sostenibilità dei conti pubblici — scelta comprensibile, forse necessaria nella stagione in cui fu concepita. Ma i conti pubblici non sono il futuro. Sono il presente. Il futuro appartiene ai lavoratori under quaranta che versano contributi oggi, che da gennaio pagano di più in busta paga, e che tra vent’anni chiederanno conto di quello che il sistema ha fatto con i loro soldi.
La risposta, allo stato attuale, è semplice: li ha custoditi. Poco più.
Nessuno chiede speculazioni. Nessuno invoca il casinò finanziario. Ma tra il casinò e la cassaforte esiste uno spazio enorme che si chiama gestione professionale: multi-comparto, diversificazione per fasce d’età, accesso ai mercati europei, competenze finanziarie internazionali, una governance che risponda ai lavoratori e non soltanto ai confini geografici del sistema bancario sammarinese.
È quella la riforma che manca. Non è una riforma tecnica. È una scelta politica.
Un Paese che chiede ai giovani contributi per quarant’anni — e che li vede attingere al fondo pensione per pagarsi il dentista — ha il dovere morale di costruire per loro qualcosa di credibile. Non un patrimonio che cresce sui libri contabili mentre il suo rendimento reale resta inchiodato all’ombra di qualsiasi benchmark europeo.
Il vero rischio del Fondiss non è investire troppo.
È continuare a rendere troppo poco — e sperare che nessuno faccia il conto.





