A distanza di oltre trent’anni dalle stragi e dalle rapine che sconvolsero Emilia-Romagna e Marche, Fabio Savi torna a intervenire pubblicamente sulla vicenda della Uno Bianca. Nell’intervista realizzata per Quarto Grado, l’ex poliziotto e membro della banda contesta apertamente le ricostruzioni che negli ultimi mesi hanno riportato al centro dell’attenzione presunti collegamenti con apparati dello Stato e possibili mandanti esterni.
Savi sostiene che dietro le azioni del gruppo non vi fossero coperture istituzionali né trame occulte. “Non fummo coperti dai servizi segreti, non ho nulla da nascondere“, afferma con decisione, ribadendo una versione che considera definitiva e supportata dagli atti giudiziari.
L’ex componente della banda spiega di aver chiesto personalmente di essere ascoltato dalla magistratura nell’ambito delle nuove verifiche avviate sul caso, con l’obiettivo di contestare alcune dichiarazioni rese dal fratello Roberto Savi, che recentemente aveva parlato di possibili collusioni e di episodi avvenuti su commissione.
Per Fabio Savi la spiegazione resta invece una sola: il denaro. “La verità che poi è riscontrabile negli atti. E se ci fossero dei dubbi, ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L’importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella“, dichiara nell’intervista.
Savi contesta anche le ricostruzioni relative ai presunti contatti che il fratello avrebbe avuto a Roma. “Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma… Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla“.
Nel corso dell’intervista emerge anche la rottura definitiva tra i due fratelli. Un rapporto che Fabio Savi definisce ormai irrimediabilmente compromesso. A Roberto, dice, non ha “assolutamente nulla da dire“. E aggiunge: “un rapporto talmente tossico che non ha lasciato più niente. Il rapporto ormai è rotto e rimane rotto. Non gli auguro tutto il bene ma lo considero un traditore“.
Un passaggio significativo riguarda anche il rapporto con i familiari delle vittime della Uno Bianca. Savi spiega di non aver mai voluto affidare a una semplice lettera le proprie scuse, ritenendo che un gesto del genere potesse apparire opportunistico.
“Sono almeno vent’anni che mi esortano a scrivere una lettera di scuse. Non l’ho mai fatto perché per una lettera ci impiegherei cinque minuti a scriverla. Avrebbe tutto il sapore di essere utilitaristico, strumentale. Quindi, mi sono affidato alle istituzioni e ho iniziato, prima, un percorso di giustizia riparativa; poi un percorso di mediazione penale“.
Pur riconoscendo il rifiuto ricevuto dai familiari delle vittime, l’ex componente della banda lascia aperta la possibilità di un confronto futuro. “C’è stato un netto rifiuto da parte loro. Hanno tutta la ragione del mondo, li capisco. Al posto loro probabilmente mi comporterei nello stesso modo. Però ritengo che se ci fosse stato un confronto sarebbe stato utile sia a me che a loro. Posso solo cercare di lasciare una porta aperta nel caso volessero… Senza tormentarli, senza essere invadente. Se loro vogliono, io sono qua“.
L’intervista riporta così al centro del dibattito una delle vicende criminali più gravi della storia recente italiana, mentre continuano a confrontarsi versioni differenti sui retroscena che accompagnarono le attività della banda della Uno Bianca.





