I dati personali hanno un valore economico e chi utilizza social network e servizi online deve essere messo nelle condizioni di sapere quali informazioni vengono raccolte e come vengono utilizzate. È il tema sollevato da Asdico dopo il patteggiamento raggiunto negli Stati Uniti tra Meta e una coalizione di autorità statali, relativo alle accuse sulla progettazione di Facebook e Instagram e sul possibile utilizzo compulsivo delle piattaforme da parte di bambini e adolescenti.
“Il patteggiamento raggiunto negli Stati Uniti tra Meta e una coalizione di autorità statali rappresenta un importante precedente e conferma l’urgenza di garantire maggiore trasparenza, consapevolezza e responsabilità da parte delle grandi piattaforme digitali” – si legge nel comunicato dell’associazione -. L’intesa, che resta soggetta all’approvazione del giudice e non costituisce un’ammissione di responsabilità da parte della società, avrebbe un valore potenziale superiore ai 17 miliardi di dollari e prevede modifiche ai servizi rivolti ai minori.
Per Asdico, il caso apre però una questione più ampia sul rapporto tra consumatori e piattaforme. “Quanto siamo realmente consapevoli del valore economico dei dati che produciamo e condividiamo online?”, si domanda l’associazione, sottolineando come l’assenza di un pagamento diretto non significhi necessariamente che un servizio sia privo di uno scambio economico.
Nel comunicato viene richiamato il concetto di “prosumer”, cioè un utente che è contemporaneamente produttore e consumatore. “Utilizzando un social network produciamo contenuti, interazioni e informazioni sul nostro comportamento: cosa guardiamo, cerchiamo e condividiamo, con chi interagiamo e quali sono i nostri interessi. Singolarmente questi dati possono sembrare poco significativi. Aggregati e analizzati, possono invece permettere di costruire profili molto dettagliati delle persone”.
Secondo Asdico occorre quindi superare l’idea che molti servizi digitali siano semplicemente gratuiti. Il consumatore, pur senza pagare direttamente denaro, contribuisce infatti alla creazione di valore attraverso attenzione, contenuti, comportamenti e dati. Da qui il problema della distanza tra l’accettazione formale delle condizioni di utilizzo e l’effettiva comprensione di ciò che viene concesso alle piattaforme. “È proprio questa distanza tra consenso formale e consapevolezza sostanziale che deve diventare uno dei temi centrali della tutela del consumatore digitale”, sostiene l’associazione.
La responsabilità, secondo Asdico Cdls, non può però essere attribuita soltanto agli utenti. “Le piattaforme dispongono di risorse tecnologiche, informative ed economiche enormemente superiori. Trasparenza, informazioni comprensibili e correttezza nella progettazione dei servizi devono quindi essere elementi fondamentali del rapporto con il consumatore”. Una tutela che, viene sottolineato, deve essere ancora più forte quando a utilizzare i servizi sono bambini e adolescenti.
Il presidente Luca Villani richiama infine anche le conseguenze sociali della concentrazione di grandi quantità di informazioni nelle mani delle piattaforme tecnologiche, citando il precedente di Cambridge Analytica. “La questione non riguarda più solamente la privacy” – si legge nella nota -. “Riguarda anche il modo in cui circolano le informazioni, come vengono costruiti i messaggi pubblicitari e politici e, più in generale, il funzionamento delle nostre società democratiche”.
Per Asdico la risposta non deve essere quella di rinunciare alla tecnologia, ma di aumentare consapevolezza e capacità di controllo degli utenti. “Devono inoltre essere garantiti sistemi trasparenti, condizioni comprensibili e una tutela rafforzata delle persone più vulnerabili: il caso Meta dimostra che questi temi rientrano pienamente nella tutela dei consumatori e devono entrare nell’agenda della politica”. Per l’associazione, “nel XXI secolo difendere i diritti dei consumatori significa anche difendere i diritti dei cittadini digitali”.
